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Assunta in 6 minuti: l’inchiesta sotto copertura che svela chi viene reclutato dall’ICE
Quando un reclutamento “da tempi di guerra” arriva a far sì che lo Stato non sa più (o non vuole sapere) chi sta armando.

Negli Stati Uniti, l’ICE, la polizia anti-immigrazione, è tornata a occupare le prime pagine dei giornali per una sequenza di immagini che sembrano uscite da un paese in stato di guerra. A Minneapolis, il 7 gennaio 2026, la cittadina statunitense Renee Nicole Good (37 anni), madre di tre figli, è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco esplosi da un agente dell’ICE. Il Dipartimento per la Sicurezza (DHS) ha parlato di “atto di terrorismo interno” sostenendo che Good avrebbe tentato di investire gli agenti, ma l’analisi del video sembra mostrare una dinamica differente: la macchina aveva le ruote girate verso destra, e quindi la vittima non sembrava che volesse investire l’agente, che era posizionato lateralmente alla macchina.
L’uccisione di Good, un’attivista che, secondo diverse fonti, era lì come osservatrice legale durante i raid dell’ICE, ha scatenato proteste in tutto il Paese. Ma il giorno successivo alla morte di Good, altri due civili sono stati feriti da colpi di arma da fuoco esplosi da agenti federali. Nel frattempo è circolato un secondo video, sempre proveniente da Minneapolis in cui una donna, Aliya Rahman, viene trascinata fuori dalla propria macchina da agenti in assetto operativo, mentre dice di essere disabile e di stare andando da un medico. Nel filmato, uno degli uomini è mascherato e rompe il finestrino, altri tagliano la cintura e la tirano fuori a forza.
Questi eventi drammatici sono il frutto di un inasprimento senza precedenti delle politiche di deportazioni di massa volute da Trump. Questa pressione ha portato all’arresto di oltre 352.000 persone, altrettante sono state deportate, e 32 persone sono morte durante la prigionia. Ma Trump è ancora lontano dall’obiettivo che si è prefissato, cioè arrivare ad espellere un milione di persone all’anno. Per questo ha deciso di espandere enormemente l’organico e le attività dell’ICE.
Ed è in questo clima che si inserisce la storia che raccontiamo oggi: un’operazione sotto copertura che svela come sta avvenendo la campagna di reclutamento della polizia anti-immigrazione e chi sono questi uomini mascherati che si aggirano per strada armati a caccia di immigrati.
Questo numero di Debrief è scritto da Sacha ed editato da Luigi.
In questo numero di Debrief:
L’infiltrazione: “assunta” in sei minuti
Laura Jedeed la classica candidata che ti aspetteresti di vedere ad un colloqui per far parte degli squadroni dell’ICE. Ha 38 anni e sì è una veterana dell’esercito (82ª Airborne, due missioni in Afghanistan), questo gioca a suo favore. Ma oggi è anche una giornalista apertamente critica di Trump e “anti-ICE” e lo si potrebbe scoprire facilmente con una semplice ricerca su Google perché non nasconde le sue idee.
Ma nell’agosto 2025 è andata a fare un colloquio per essere assunta dall’ICE durante un Career Expo, uno di quei festival dove le agenzie fanno campagne per il reclutamento di personale. Così si è recata all’Esports Stadium Arlington in Texas. Il colloquio è durato meno di sei minuti: domande basilari (nome, data di nascita, esperienze militari), nessun vero tentativo di capire chi avessero davanti. Non avendo avuto precedenti lavorativi in Polizia, sembrava che non sarebbe stata presa. Quando ha detto a un agente lì presente che si sarebbe accontentata anche di un posto in amministrazione, l’agente le ha risposto: “L’obiettivo è mettere quante più pistole e distintivi possibile per strada”.
Il 3 settembre 2025 a sorpresa le arriva un mail: “tentative offer”, un’offerta di lavoro con tanto di accesso al portale governativo, con una serie di moduli da compilare, autorizzazioni per i controlli, dichiarazioni (anche su eventuali condanne per violenza domestica). Jedeed non fa nulla: non completa i passaggi richiesti, non manda i documenti richiesti, non “collabora” all’onboarding. Eppure, tre settimane dopo, riceve un’altra comunicazione che la ringrazia per aver “proseguito” l’iter di assunzione e la invita a programmare un drug test. Lei decide di farlo, per vedere fin dove possa arrivare l’assurdità. Tra l’altro essendo nello stato di New York, dove la marijuana è legale, aveva anche fumato da pochi giorni, per cui si aspettava di non superare il test.
Quando dopo giorni si collega sul portale dell’assunzione, rimane shockata: il sistema mostra che ha superato la fase finale ed è stata assunta, e riporta la dicitura “Entered on Duty” (in sostanza: come se fosse già entrata in servizio).
È a quel punto che Jedeed rifiuta e pubblica tutta l’assurda vicenda su Slate, ponendo una domanda: se non hanno visto, o non hanno controllato, che ero una giornalista anti-ICE e che non ho compilato nessun modulo per essere assunta, cos’altro si stanno “perdendo” nel processo di assunzione di queste decine di migliaia di nuovi agenti anti-immigrazione a cui distribuiscono armi e potere?
Chi sono questi uomini mascherati
Il caso Jedeed è la dimostrazione di una serie di strutture che un sistema sotto pressione politica e numerica sta causando. Nel pacchetto legislativo ribattezzato “One Big Beautiful Bill”, Trump l’anno scorso ha destinato circa $45 miliardi di dollari ai centri di detenzione e $32 miliardi di dollari alle attività di enforcement dell’immigrazione. Alimentando una corsa ad assumere “in fretta” nuovi agenti anti-immigrazione.
Secondo un documento interno visionato dal Washington Post, l’ICE ha lanciato una massiccia campagna di reclutamento costata circa 100 milioni di dollari che è stata definita da “wartime recruitment”, un reclutamento da tempo di guerra, rivolta ad appassionati di armi, di ambienti militari e di “tactical lifestyle”, e messa in pratica vicino a basi militari, eventi sportivi e fiere.
DHS e ICE hanno dichiarato di aver ricevuto oltre 220.000 candidature in pochi mesi e di aver emesso più di 18.000 offerte provvisorie di lavoro, offrendo a chi avrebbe solo firmato l’offerta un bonus fino a 50.000 dollari.
La reporter sotto copertura ha raccontato che la sua esperienza diretta suggerisce che l’ICE stia “navigando a vista” nel reclutare personale ed è naturale farsi delle domande: “Quanti condannati per abusi domestici stanno ricevendo pistola e distintivo e sono abilitati ad entrare nelle case altrui? Quante persone con legami con organizzazioni suprematiste bianche stanno bersagliando minoranze a priori, indipendentemente dallo status migratorio?. La campagna di reclutamento dell’ICE sembra “talmente approssimativa” che “l’amministrazione di fatto non ha idea di chi si stia unendo ai ranghi dell’agenzia”, scrive la giornalista su Slate. Il che significa che “siamo tutti, collettivamente, all’oscuro di chi lo Stato stia armando, affidandogli i compiti più delicati di polizia e mandando per le strade d’America”.
Secondo quanto riferito da due funzionari delle forze dell’ordine a NBC, l’ICE ha utilizzato un algoritmo di screening automatico dei CV per distinguere i candidati con esperienza pregressa in polizia (da avviare a un corso abbreviato) da quelli senza esperienza (da mandare al training completo). Chi aveva servito come agente poteva usufruire di un corso di sole 4 settimane di formazione online, mentre tutti gli altri dovevano completare un corso intensivo di 8 settimane in presenza. (Da notare: fino a pochi anni fa l’addestramento standard degli agenti ICE durava ben 20 settimane, ma è stato drasticamente ridotto dall’amministrazione Trump per “eliminare ridondanze” e accelerare i tempi).
L’idea di base era dunque di snellire le assunzioni facendo leva sull’AI; peccato che il software si sia rivelato piuttosto ottuso. Ha infatti preso alla lettera la presenza del termine “officer” nei curricula, classificando come ex agenti anche profili che non lo erano affatto, ad esempio “compliance officers” (funzionari amministrativi) o candidati che avevano scritto di aspirare a diventare officer dell’ICE. Il risultato? Molti candidati senza alcuna reale esperienza sono stati erroneamente inseriti nel programma breve, saltando di fatto l’addestramento approfondito previsto. Insomma, un’altra falla nel sistema.
Reazioni: smentite, accuse e contronarrazioni
Il DHS ha definito la storia una “lazy lie” sostenendo che a Jedeed non sarebbe mai stata davvero “offerta” un’assunzione, ma avrebbe ricevuto una lettera preliminare come tanti candidati. Lei ha risposto pubblicando un video-schermata del portale che mostrerebbe lo stato avanzato dell’iter (fino alla final offer e a una data di onboarding).
L’inchiesta è esplosa in un momento già incredibilmente polarizzato: a Minneapolis, il sindaco Jacob Frey ha attaccato duramente la versione della “legittima difesa” e ha chiesto all’ICE di andarsene dalla città, mentre l’amministrazione Trump ha alzato ulteriormente il tono, fino a evocare l’Insurrection Act contro le proteste.
Ma una parte dell’opinione pubblica e diversi esponenti democratici hanno iniziato a mettere insieme i pezzi: queste campagne di reclutamento indiscriminato e l’aumento delle violenze in strada ad opera di agenti dell’ICE potrebbero essere strettamente collegate.
Dopo l’assunzione-lampo di una giornalista undercover dentro un apparato armato, la domanda che sorge non è più “cosa sta facendo l’ICE”, perché è sotto gli occhi di tutti, ma “chi è, oggi, l’ICE” dopo aver reclutato in maniera così approssimativa decine di migliaia di agenti, senza nessun apparente controllo, neanche quello più semplice, Google.
Al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha
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