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Come Israele trasforma i giornalisti in “terroristi sotto copertura” per giustificarne l’assassinio
Cos’è la “Legitimization Cell”, la cellula segreta dell’IDF che costruisce prove per dipingere i giornalisti palestinesi come militanti di Hamas

Questo è il primo numero di Debrief dopo la pausa estiva. Avremmo voluto iniziare questo mese, come sempre, con il meglio delle inchieste undercover degli ultimi 30 giorni. Ce ne sono di incredibili e ve le racconteremo, ma non oggi. Perché vogliamo dare spazio a una delle questioni centrali degli ultimi mesi: la legittimazione dell’assassinio dei giornalisti palestinesi, presi di mira dall’esercito israeliano perché segnalati come “terroristi sotto copertura giornalistica”.
Il 14 agosto scorso la rivista israeliana +972 Magazine ha svelato l’esistenza di una cellula segreta dell’intelligence militare israeliana creata con un compito preciso: trovare “prove” da usare per bollare i giornalisti palestinesi come militanti di Hamas. Qui non si parla solo di semplice propaganda. Se un reporter diventa “terrorista undercover” perde la protezione del diritto internazionale e la credibilità pubblica: due condizioni che lo rendono un bersaglio legittimo in uno dei conflitti più sanguinosi della storia per la popolazione civile.
In questo numero entriamo dentro quella macchina di delegittimazione: come funziona, quali casi ha già prodotto e perché parte della stampa occidentale continua ad amplificarla.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
“Legitimization Cell”: il reparto israeliano che trasforma i giornalisti in bersagli
Il 14 agosto scorso il media indipendente israeliano +972 Magazine, insieme alla testata in ebraico Local Call, ha pubblicato un’inchiesta che svela l’esistenza di una struttura segreta dell’intelligence militare israeliana denominata “Legitimization Cell”. Secondo tre ufficiali dell’intelligence che hanno parlato con il giornalista Yuval Abraham sotto anonimato, questa cellula di legittimazione è stata creata subito dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, con il compito di raccogliere e “declassificare” informazioni provenienti da Gaza utili a migliorare l’immagine di Israele all’estero.
Questa unità passava in rassegna il materiale d’intelligence per portare avanti la guerra mediatica (hasbarà), diffondendo prove dell’uso militare di scuole o ospedali da parte di Hamas, o di razzi palestinesi caduti su civili a Gaza. Soprattutto, però, al team era stato assegnato l’obiettivo di individuare giornalisti a Gaza da presentare come membri sotto copertura di Hamas, così da attutire lo sdegno globale per l’uccisione di operatori dei media palestinesi e alleggerire la pressione internazionale sul governo.

Dall’inchiesta di +972 Magazine
Come riporta l’inchiesta, i vertici politici israeliani influivano direttamente sulle “priorità” della cellula, indicando di volta in volta su quale tema focalizzare gli sforzi di hasbarà. Ciò conferma che la motivazione principale dell’unità non era operativa o militare, ma politico-propagandistica. Quando montavano le critiche internazionali su un certo tema, il team veniva incaricato di trovare rapidamente nel database elementi divulgabili per ribaltare la narrazione negativa. Un membro del gruppo, citato nell’articolo, ha sintetizzato così il loro approccio: “Se i media di tutto il mondo parlano del fatto che [Israele] uccide giornalisti innocenti, allora immediatamente si cerca di trovarne uno che forse innocente non è – come se ciò rendesse accettabile l’uccisione degli altri 20”.
In alcuni casi ciò ha comportato anche forzature e manipolazioni delle informazioni raccolte, pur di poter presentare “prove” a sostegno della versione israeliana. Un membro dell’unità ha riferito che almeno in un caso, all’inizio della guerra, la cellula identificò frettolosamente un giornalista come presunto agente di Hamas e pianificò di eliminarlo rendendo pubblica la sua affiliazione, ma alla fine emerse che era davvero un giornalista e l’attacco venne annullato. Questa accortezza però è venuta meno negli ultimi mesi.
“Terroristi sotto copertura”: la narrativa che uccide i giornalisti
Uno dei casi più eclatanti in cui la Legitimization Cell ha lavorato per giustificare l’uccisione di giornalisti palestinesi è quello che ha coinvolto Anas al-Sharif, reporter di Al Jazeera di 28 anni, deceduto il 10 agosto 2025 in un bombardamento mirato assieme a quattro colleghi. Subito dopo la sua morte l’IDF diffuse documenti che avrebbero attestato la sua militanza in Hamas dal 2013 al 2017. Ma quegli stessi report – mai verificati da fonti indipendenti – certificherebbero anche che la sua presunta attività si sarebbe conclusa in ogni caso diversi anni prima dell’inizio dell’ultimo conflitto.
Israele aveva messo Anas al-Sharif nel mirino da tempo: già nell’ottobre 2024 il suo nome compariva in una “kill list” che etichettava sei giornalisti di Al Jazeera come operativi di Hamas o della Jihad Islamica, diffusa dall’IDF con tanto di foto identificativa. Pochi giorni prima della sua uccisione, il Committee to Protect Journalists aveva lanciato un appello urgente a proteggerlo, denunciando la campagna diffamatoria condotta dall’esercito contro di lui, che lo dipingevano come un terrorista sotto copertura giornalistica.

La kill list rilasciata da IDF
Al-Sharif era conosciuto per i suoi reportage dal campo durante la guerra e aveva fatto parte del team fotografico di Reuters che nel 2024 ha vinto il Pulitzer per la fotografia di breaking news. Come sottolineato anche dal Guardian, lo stesso esercito non ha fornito alcuna spiegazione su come al-Sharif avrebbe potuto “conciliare” un presunto ruolo di comandante militare con il suo noto lavoro quotidiano di cronista, in una delle zone più sorvegliate al mondo.
Un destino simile è toccato al collega Ismail al-Ghoul, corrispondente di Al Jazeera di 27 anni, ucciso insieme al cameraman Rami al-Rifi in un raid sul campo profughi di al-Shati nel luglio 2024. In questo caso l’IDF lo ha etichettato post mortem come “terrorista della Nukhba”, le unità speciali di Hamas, esibendo un documento del 2021 che sosteneva avesse ricevuto un grado militare nel 2007, quando aveva appena dieci anni.
Nonostante le crescenti critiche in tutto il mondo per aver preso di mira i giornalisti, Israele ha continuato a colpirli. Il 25 agosto l’aviazione israeliana ha bombardato l’ospedale Nasser di Khan Younis con un’operazione di “double tap”: un primo raid aereo seguito da un secondo, lanciato quando sul posto erano già accorsi soccorritori e reporter. L’attacco ha provocato almeno 20 morti, tra cui medici, pazienti e cinque giornalisti: il cameraman di Reuters Hussan al-Masri, la giornalista dell’Associated Press Mariam Abu Daqqa, Mohammad Salama che collaborava con Al Jazeera e Middle East Eye, il fotografo Moaz Abu Taha (Reuters) e Ahmed Abu Aziz, di Quds Network e Middle East Eye.
L’IDF ha confermato il bombardamento dell’ospedale, dichiarando di “rammaricarsi per qualsiasi danno alle persone coinvolte” e di “non colpire i giornalisti in quanto tali”. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha definito l’episodio un “tragico incidente” di cui Israele “si rammarica profondamente”. Successivamente però l’esercito ha corretto parzialmente il tiro, affermando che i due attacchi miravano in realtà a una “telecamera di sorveglianza Hamas”.
Quando i media diventano armi: lo scandalo BibiLeaks
Subito dopo la morte di Anas al-Sharif molte testate internazionali hanno ripreso senza esitazione la versione dell’IDF, titolando che il reporter fosse in realtà un “terrorista sotto copertura”. Tra queste spicca il quotidiano tedesco Bild, che ha immediatamente dato credito ai dossier militari israeliani. Non era una sorpresa: pochi giorni prima lo stesso giornale, il più letto in Germania, aveva pubblicato un articolo che metteva in dubbio l’operato dei fotoreporter a Gaza, accusandoli implicitamente di strumentalizzare la fame e la devastazione per fare “propaganda” contro Israele. Un atteggiamento coerente con la linea di Axel Springer – la casa editrice di Bild, oltre che di Die Welt, il polacco Fakt e i siti americani di notizie Business Insider e Politico – che ha come principio fondativo quello di sostenere il popolo ebraico e “il diritto di esistenza dello Stato di Israele”. Questo sostegno incondizionato si traduce in una linea editoriale sbilanciata e poco incline a mettere in discussione le versioni ufficiali del governo.

L’articolo di Bild sulla morte di Anas al-Sharif: “Terrorista travestito da giornalista ucciso a Gaza”
Ad esempio nel settembre 2024 Bild pubblicò quello che presentò come un documento segreto di Hamas – presumibilmente trovato su un computer del leader Sinwar in un tunnel a Gaza – che avrebbe delineato la strategia dell’organizzazione: prolungare il più possibile le trattative per il cessate-il-fuoco come tattica di guerra psicologica, al fine di indebolire Israele. L’articolo di Bild – presentato come frutto di documenti “classificati” trapelati – si basava in realtà, stando a quanto sostenuto dallo stesso IDF, su un appunto scritto da un membro di medio livello di Hamas e recuperato mesi prima. Inoltre, la frase-chiave citata da Bild – quella in cui Hamas avrebbe rivelato di voler far naufragare le trattative – non compariva nel documento originale. In sostanza, Bild avrebbe attribuito a Hamas un’intenzione strategica mai documentata, aggiungendo dettagli inesistenti, che secondo il programma investigativo tedesco Panorama avrebbero servito direttamente gli interessi del primo ministro Benjamin Netanyahu. Netanyahu infatti ha sfruttato immediatamente la “rivelazione” di Bild a suo vantaggio, citando l’articolo di Bild esplicitamente in una riunione di governo per confermare la necessità della propria linea dura, affermando che i manifestanti delle proteste pacifiste in Israele stavano cadendo in una trappola di Hamas.
Quello di Bild non è un caso isolato. A partire dall’autunno 2024, l’ufficio del Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu è finito al centro di uno scandalo mediatico enorme, che è diventato noto come BibiLeaks. In sintesi, membri dello staff di Netanyahu sono accusati di aver fatto trapelare documenti riservati e informazioni manipolate a testate giornalistiche estere selezionate, con l’obiettivo di influenzare l’opinione pubblica e coprire le responsabilità del governo israeliano nel fallimento delle trattative per una tregua a Gaza.
Israele e la voce dei giornalisti che non ci stanno
Nonostante il clima di guerra e censura, nella società civile israeliana ci sono state importanti iniziative di solidarietà con i giornalisti sotto attacco. Già il 13 agosto 2025, alla vigilia dell’uscita dell’inchiesta di +972 Magazine e dopo la morte di Anas al-Sharif, decine di giornalisti israeliani sono scesi in piazza sia a Tel Aviv che a Nazareth, chiedendo la fine dei bombardamenti a Gaza, lo stop alle uccisioni di reporter e denunciando la “complicità” dei media nazionali. Durante la manifestazione i partecipanti hanno letto questo comunicato: “Esprimiamo piena solidarietà ai nostri colleghi a Gaza, chiediamo che il nostro governo cessi immediatamente di colpirli e che sia aperta un’inchiesta indipendente sui casi dei giornalisti uccisi”. La petizione è poi stata sottoscritta da 131 giornalisti israeliani, ed è stata resa pubblica il 1º settembre scorso.
“Nel corso di questa guerra si è creata una situazione in cui in ogni altra parte del mondo si sa di più sulle azioni israeliane a Gaza e in Cisgiordania di quanto noi stessi sappiamo” – hanno scritto i giornalisti israeliani, con un chiaro riferimento al black-out informativo interno dovuto sia alla censura militare sia, soprattutto, alla “auto-censura” della stampa nazionale allineata con la versione del governo. Il testo accusa esplicitamente i media israeliani di aver tradito il loro dovere non mostrando le reali devastazioni in Gaza: “La più grande piaga del giornalismo israeliano è l’auto-censura”.
Il giornalismo come bersaglio, la memoria come nemico
Gaza è oggi il luogo più pericoloso al mondo per chi fa informazione: dal 7 ottobre Israele ha ucciso più operatori dei media di quanti ne siano morti messi insieme in entrambe le guerre mondiali, nella guerra di Corea, in Vietnam, in Afghanistan e nei Balcani. Ma la guerra a Gaza dimostra che non è soltanto la vita dei giornalisti a essere sotto attacco, ma l’intero ecosistema culturale palestinese. Al catalogo della devastazione va aggiunta la distruzione sistematica delle scuole – quasi il 90% è stato danneggiato o raso al suolo – e l’eliminazione di scrittori e intellettuali, come il poeta Refaat Alareer, ucciso in un attacco aereo insieme alla sua famiglia dopo settimane di minacce. La strategia dietro il suo assassinio è la stessa per la quale è stato assassinato il reporter di Al Jazeera Anas al-Sharif: eliminare chi racconta, chi scrive, chi trasmette la memoria.
Se teniamo presente tutto ciò, la Legitimization Cell appare per ciò che è davvero: un meccanismo che produce “prove” ad hoc per trasformare giornalisti in “terroristi sotto copertura”, normalizzando la loro uccisione e sterilizzando l’indignazione internazionale. Anche per questo l’esistenza di questo reparto dell’intelligence non riguarda solo Gaza o Israele. Se diventa accettabile che un giornalista possa essere colpito perché scomodo, allora nessuna democrazia può considerarsi al sicuro.
Al prossimo Debrief,
Sacha e Luigi
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