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Il whistleblower di Israele che il Mossad ha rapito a Roma
Israele bombarda l'Iran perché ha il nucleare. Ma chi ha svelato che ce l'ha anche Israele, è diventato un nemico pubblico.

Nelle ultime settimane, gli USA e Israele hanno bombardato siti nucleari e città dell'Iran. La giustificazione ufficiale è che Teheran stava sviluppando in segreto un programma nucleare in violazione del diritto internazionale e delle norme sulla non proliferazione. La comunità occidentale, in larga parte, ha accettato o tollerato questa posizione. Eppure c'è un altro Stato che possiede armi nucleari senza alcun vincolo internazionale, rifiutando da decenni di firmare lo stesso trattato di non proliferazione in nome del quale oggi si bombarda l'Iran. Questo Stato è proprio Israele.
Se lo sappiamo con certezza, è grazie a un uomo che nel 1986 ha dimostrato, con prove fotografiche, che Israele possiede un arsenale nucleare di cento, forse duecento e più testate, e che porta avanti da decenni lo stesso piano per cui adesso bombarda l'Iran. Il whistleblower che ha rivelato questo fatto così rilevante ha pagato con diciotto anni di carcere, undici dei quali trascorsi in isolamento totale. E non è ancora finita. Per catturarlo, il Mossad ha costruito contro di lui un'articolata operazione sotto copertura per attirarlo in una trappola a Roma. Quel whistleblower si chiama Mordechai Vanunu. E questa è la sua storia.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
L'uomo che fotografò la bomba
Londra, 10 settembre 1986. In un ufficio del Sunday Times a Wapping, a Londra est, un uomo di trentun anni estrae dalla borsa un rullino fotografico. Dentro ci sono circa sessanta fotografie che non avrebbe mai dovuto essere in grado di scattare. Le foto mostrano il pannello di controllo di un impianto segreto di separazione del plutonio, che si troverebbe in una costruzione sotterranea, sei piani sotto il deserto del Negev, nel sud di Israele. Le ha scattate con una Pentax che portava con sé ogni giorno nello zaino, perché in quasi dieci anni di lavoro lì era diventato un volto familiare agli altri operatori della centrale e nessuno lo perquisiva più.
Il giornalista del Sunday Times con cui ha un appuntamento, Peter Hounam, chiama due esperti nucleari. La conclusione è unanime: Israele non ha i dieci o venti ordigni primitivi che si supponevano. Ne ha tra le cento e le duecento unità. Alcuni di tipo termonucleare. Il reattore di Dimona, all’apparenza una semplice struttura di ricerca in grado di produrre circa 25 megawatt, funziona in realtà a potenze molto superiori, tra i 70 e 150 megawatt, ed è cioè uno stabilimento in grado di produrre ordigni atomici.
Per capire il peso eccezionale di quella rivelazione, bisogna comprendere che cosa c’è dietro. Dal 1969 Tel Aviv praticava ufficialmente la cosiddetta nuclear ambiguity, cioè non confermava né negava di possedere armi nucleari. Era una posizione formalizzata nel 1969 da un accordo segreto tra il presidente americano Nixon e la premier israeliana Golda Meir. Gli Stati Uniti avrebbero chiuso un occhio su quel programma se Israele non avesse fatto passi falsi.

Mordechai Vanunu nel 2005 | Wikimedia
Mordechai Vanunu quella storia la conosceva dall'interno. Nato a Marrakesh nel 1954, immigrato in Israele da bambino con la famiglia, cresciuto nel sud di Israele a Beersheba in condizioni difficili, aveva trovato lavoro al Centro di Ricerca Nucleare del Negev. Era stato assegnato a Machon 2, l'unità più segreta del sito. Un bunker sotterraneo dove il plutonio veniva separato, lavorato e trasformato in componenti per ordigni. Anche se ufficialmente quel sito non esisteva.
Nel corso di quegli anni, Vanunu inizia anche a studiare filosofia alla Ben-Gurion University. Si avvicina alla causa palestinese. Si oppone all'invasione del Libano del 1982. Nel suo fascicolo di sicurezza interno compaiono delle note sul suo avere “convinzioni di sinistra e filo-arabe.” Nel maggio del 1984 riceve un avviso formale e poi nel novembre del 1985 viene licenziato insieme ad altri centottanta operai, nell'ambito di una riduzione di organico.
Prima di andarsene, Vanunu si assicura di avere prove a sostegno di quello che ha intenzione di denunciare. Scatta quelle foto e poi lascia Israele, viaggia in Asia, arriva in Australia. A Sydney si converte al Cristianesimo anglicano. Ed è da lì che riesce a mettersi in contatto con Peter Hounam, il giornalista del Sunday Times, e decide che il mondo ha il diritto di sapere. Il 5 ottobre 1986, il Sunday Times pubblica Revealed: The Secrets of Israel's Nuclear Arsenal. Israele non la prende bene.

Le terribili vacanze romane di Mordechai
Quello che succede nelle settimane precedenti alla pubblicazione è un’operazione da manuale di spionaggio. Prima ancora che Vanunu riuscisse a far pubblicare quel suo leak, c’era già qualcuno che conosceva tutto quello che stava per accadere. Quando Vanunu arriva in Australia si rivolge a Oscar Guerrero, un fotografo colombiano che si presenta come giornalista freelance e si offre di fare da intermediario con la stampa internazionale. Vanunu gli affida parte del materiale fotografico. È così che Vanunu riesce a mettersi in contatto col Sunday Times, che avvia la verifica indipendente con gli esperti nucleari, e che poi condurrà all’inchiesta che tutti conosciamo. Fin qui, tutto bene.
Il problema è che Guerrero, nel frattempo, aveva venduto le stesse fotografie anche al Sunday Mirror, probabilmente per intascare una seconda commissione. Il proprietario del Sunday Mirror era Robert Maxwell, magnate dei media britannici, padre di Ghislaine Maxwell, e con una storia personale intrecciata con Israele fin dalla guerra d'indipendenza del 1948. Secondo fonti interne ai servizi israeliani, sarebbe stato proprio Maxwell ad avvisare l'ambasciata israeliana che la storia del nucleare stava per esplodere. Fu quello il segnale che fece scattare l'operazione di cattura.
Il governo israeliano guidato da Peres si trovava di fronte a un bel grattacapo. Vanunu si trovava a Londra. Agire contro di lui sul suolo britannico avrebbe creato un incidente diplomatico con la prima ministra Margaret Thatcher, con la quale Peres coltivava un rapporto personale. Bisognava portarlo altrove. Gli psicologi del Mossad analizzano il profilo di Vanunu e identificano una sua vulnerabilità: è solo, è in cerca di compagnia femminile.
Selezionano così un’agente, il cui vero nome è Cheryl Bentov, americana di nascita, ma arruolata dal Mossad dopo il servizio militare israeliano. Cheryl si trasforma in “Cindy”, una sprovveduta turista americana. Incontra Vanunu a Londra. Frequentano insieme musei, cinema e caffè. Si vedono qualche sera, escono per degli appuntamenti. Poi Cindy gli propone una vacanza a Roma. Sua sorella, dice la donna, ha un appartamento nella capitale.
Il 30 settembre 1986, sei giorni prima della pubblicazione dell’inchiesta sul Sunday Times, Vanunu e Bentov atterrano a Roma. Appena Vanunu entra nell'appartamento, tre agenti del Mossad lo immobilizzano. Lo ammanettano, gli iniettano un sedativo e lo caricano su un furgone, da lì su un motoscafo e poi sulla INS Noga, una nave militare israeliana, travestita da mercantile, dirottata dalla sua rotta normale per stazionare al largo di La Spezia.

Vanunu denuncia al mondo di essere stato rapito | AP
Il 9 novembre 1986, il governo israeliano conferma ufficialmente di tenerlo prigioniero. Vanunu non può comunicare con i media. Ma durante un trasferimento alla corte di Gerusalemme scrive un messaggio sul palmo della mano sinistra e lo preme contro il finestrino blindato mentre i fotografi scattano dall'esterno: “Vanunu M è stato rapito a Roma ITL 30.9.86 21:00. Arrivato a Roma con il volo BA504.” È un gesto che resterà nella storia del giornalismo e dell'intelligence.
Il prezzo della verità

Vanunu nel 2009 scortato da due poliziotti | Scanpix
Il processo si svolge interamente a porte chiuse. Nel marzo del 1988, Vanunu viene condannato a diciotto anni per tradimento e spionaggio. Le trascrizioni restano segrete per oltre un decennio. Di quei diciotto anni, più di undici Vanunu li trascorre in isolamento totale, in una cella di tre metri per due, una condizione che non era prevista dalla sentenza e che viene rinnovata per anni come misura amministrativa autonoma. Amnesty International lo definisce prigioniero di coscienza. Daniel Ellsberg, il whistleblower del Vietnam che aveva rivelato i Pentagon Papers, lo definirà “il più grande eroe dell'era nucleare". Nel 1987 riceve il Right Livelihood Award, il cosiddetto Nobel alternativo. Viene liberato il 21 aprile 2004, dopo aver scontato l'intera pena. Nella conferenza stampa improvvisata fuori dal carcere, rifiuta di parlare in ebraico. Si rivolge ai giornalisti in inglese: "Non ce l'avete fatta a spezzarmi, non ce l'avete fatta a rendermi pazzo."
Ma da quel momento il governo israeliano gli impone restrizioni di ogni tipo: divieto di lasciare Israele, di contattare cittadini stranieri, di parlare del programma nucleare di Dimona, dell'arresto a Roma o del processo. Amnesty International ha dichiarato che le restrizioni sono in violazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, ratificato da Israele. Nella sua ultima comunicazione pubblica, Vanunu ha detto che le restrizioni gli sono state rinnovate di nuovo.
Al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha
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