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Dicembre sotto copertura: come infiltrarsi e hackerare i siti dei suprematisti bianchi
Dentro i sistemi dell’odio, con gli strumenti dell’hacking e del giornalismo undercover.

Come promesso, eccoci con il primo numero del 2026 di Debrief. I primi giorni dell’anno, dal punto di vista geopolitico e della cronaca, sono stati drammatici. La storia che raccontiamo oggi è all’apparenza più leggera rispetto ai recenti accadimenti, ma in realtà molto interessante.
Racconta di una giornalista e hacktivista tedesca che si è infiltrata per mesi in tre social network di matrice suprematista ed estremista, ricostruendone il funzionamento, i vertici e le reti di utenti. Un’operazione culminata pochi giorni fa in un’esfiltrazione pubblica e spettacolare che ha portato allo scoperto i principali ritrovi online dei neonazisti.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
La Power Ranger rosa con accesso root
Di lei non si sa molto, se non che è un’attivista, hacker e giornalista investigativa tedesca che si definisce un’«anarchica della vecchia scuola». Negli ultimi mesi ha collaborato con i giornalisti Eva Hoffmann e Christian Fuchs, del settimanale Die Zeit, per indagare su piattaforme suprematiste con base anche in Germania: fenomeni apparentemente di nicchia, ma capaci di far circolare in modo capillare idee razziste e violente.
Di questa hacktivista non si conosce molto altro, se non lo pseudonimo che ha scelto per firmare le sue azioni: Martha Root. Un nome che è già una dichiarazione d’intenti: richiama infatti l’omonima attivista pacifista e antirazzista vissuta tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento, ma funziona anche come una sorta di inside joke tecnico. “Root” è infatti, in informatica, il livello più alto di accesso, il controllo totale di un sistema. Insomma, già il nickname faceva intuire il suo programma: usare l’antirazzismo radicale per avere accesso completo alle infrastrutture che promuovono l’odio.
Oltre a questo, di Martha Root si sa che ha una grande passione per i Power Rangers, e in particolare per quello rosa. Infatti è proprio indossando l’uniforme da supereroina che al Chaos Communication Congress 2025, una conferenza internazionale di hacker, Root ha concluso il suo intervento cancellando i server dei siti WhiteDate, WhiteChild e WhiteDeal. Tre siti riservati a soli bianchi che dovevano funzionare come una sorta di Tinder e LinkedIn per neonazisti. Pensati per tradurre l’ideologia della supremazia bianca nella vita quotidiana: trovare l’anima gemella, il miglior donatore di sperma o di ovuli per riprodursi e per il networking professionale tra suprematisti.

Martha Root durante il suo intervento al CCC
Per riuscire nel suo intento Martha Root ha creato profili fasulli su WhiteDate e sui siti collegati utilizzando chatbot impiegati come finti profili femminili basati sull’intelligenza artificiale, capaci di simulare in modo apparentemente credibile l’ideologia suprematista e di superare senza difficoltà le verifiche di registrazione, arrivando a essere certificati come “bianchi”.
Ha spiegato di essersi infiltrata per mesi in queste piattaforme, lasciando che questi chatbot trascorressero settimane a conversare con questi utenti neonazisti tanto che alcuni di loro sarebbero finiti addirittura per innamorarsi dei suoi profili falsi, mentre lei raccoglieva dati sui suoi bersagli. E così combinando tecniche di ingegneria sociale e OSINT (l’open source intelligence), la hacker è riuscita a ricostruire l'identità della presunta fondatrice delle piattaforme, una musicista convertita al neonazismo. Non solo, ha anche scoperto la loro reale e piuttosto debole infrastruttura tecnica.
Un ecosistema digitale per la supremazia bianca
Ma che cos’erano nello specifico questi portali? WhiteDate, soprannominato il “Tinder dei nazisti”, era un sito di dating destinato a suprematisti bianchi. Secondo l’inchiesta di Die Zeit a fondarlo era stata una donna tedesca convinta dell’esistenza di un “genocidio bianco”. Questa donna aveva dichiarato che esiste solo il 6% di veri bianchi al mondo e che «abbiamo il diritto di preservarci come razza». In base ai dati diffusi al Chaos Communication Congress, WhiteDate contava circa 8.000 utenti, l’86% dei quali uomini.
WhiteChild era invece una piattaforma di matchmaking “genetico” per suprematisti bianchi, pensata per mettere in contatto donatori di sperma e ovuli sulla base di criteri razziali. WhiteDeal, invece, funzionava come un sito di servizi e networking professionale riservato a utenti bianchi con ideologia razzista. Offriva connessioni lavorative all’interno di reti bianco-centriche, potenzialmente utilizzabili per inserire militanti estremisti in aziende “amiche”. Tutte e tre le piattaforme promuovevano apertamente la supremazia razziale e il nazionalismo bianco, condividendo non solo l’impostazione ideologica e il nome, ma anche lo stesso gestore. Le infrastrutture tecniche erano estremamente elementari, e quindi facili da aggirare, violare e rendere pubbliche.
Sfruttando le falle tecniche presenti nei siti, Martha Root ha scoperto che l’intero database di WhiteDate poteva essere scaricato semplicemente aggiungendo “/download-all-users/” all’URL del sito. In poco tempo ha ottenuto tutti i dati disponibili: informazioni sensibili come età, foto profilo, credenze politiche e immagini contenenti metadati dettagliati, comprese le coordinate GPS. Una parte di questo materiale è stata pubblicata sul sito satirico okstupid.lol, una sorta di parodia di OkCupid, la nota app di incontri.
Al termine del suo intervento al Chaos Communication Congress, Root ha infine eseguito in diretta uno script che ha cancellato database e backup di WhiteDate, WhiteChild e WhiteDeal. L’azione è stata accolta con lunghi applausi dal pubblico di hacker. L’amministratrice dei siti, ha reagito definendo l’operazione “cyber-terrorismo” su X e minacciando azioni legali.

Il momento in cui Martha Root cancella l’intero ecosistema suprematista
Intanto la strana sortita di Martha Root travestita da Power Ranger è diventata così iconica da aver fatto in pochissimo tempo il giro della rete sotto forma di meme. Ma nonostante la dimensione ironica, la sua azione è la dimostrazione di quanto molto spesso i confini tra hacking e giornalismo undercover siano molto labili: entrambi consistono nella capacità di entrare in un sistema protetto sfruttando le falle tecniche e umane, allo scopo di portare all’esterno notizie che possono essere utili alla collettività.
Al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha
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