Dodici giorni sotto copertura a Ground Zero

La storia di C. J. Chivers, il cronista del New York Times che si finse netturbino tra le macerie dell’11 settembre

Tutti lo chiamavano Ground Zero; per dodici giorni, lui lo chiamò “casa”. Christopher John “C. J.” Chivers, ex marine e cronista trentasettenne del New York Times, riuscì a intrufolarsi a Ground Zero nei giorni immediatamente successivi all’attacco dell’11 settembre 2001, fingendosi un operatore ecologico. Mentre il sito veniva blindato dalle autorità e interdetto alla stampa, Chivers scelse di confondersi tra i soccorritori e gli operai, lavorando come volontario e insieme osservando tutto con occhi da reporter. Ne nacque un diario in prima pagina che raccontò la nascita di una comunità improvvisata ai piedi delle macerie. 

A 24 anni dall’attentato alle Torri Gemelle in questo numero di Debrief vi racconteremo come fu realizzato questo reportage nel cuore del disastro e perché fu un’eccezione nella storia del New York Times.

Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.

Il cratere blindato

L’area intorno a quello che restava delle Twin Towers era stata subito isolata dalla polizia e accessibile solo ai soccorritori. Il sindaco di New York Rudy Giuliani aveva imposto restrizioni rigidissime: niente giornalisti né fotografi a curiosare tra le macerie. L’accesso alla “zona rossa” venne praticamente negato alla stampa, tranne poche eccezioni orchestrate dallo stesso Giuliani per scopi mediatici. In quei giorni convulsi, Ground Zero rischiava di diventare un palcoscenico organizzato dalle istituzioni, con l’informazione tenuta ai margini. Eppure Chivers, che la mattina dell’attacco si era precipitato sul posto e aveva già vissuto in prima persona il crollo delle torri, capì che doveva a tutti i costi trovare un modo per restare lì. La sua missione professionale era duplice: dare una mano nell’emergenza e, al contempo, raccontare ciò che stava accadendo in quel “buco” infernale al centro di Manhattan. Da ex ufficiale dei Marines, abituato all’azione, non esitò a mettere in gioco se stesso pur di non farsi estromettere.

La svolta arrivò la sera di mercoledì 12 settembre. Chivers si presentò a un posto di blocco indossando una t-shirt con il logo del Corpo dei Marine. Un agente lo squadrò e, scambiandolo per un volontario delle forze dell’ordine, gli fece cenno di passare: «Vai, entra ad aiutare, muoviti». Superato così l’ultimo filtro, il cronista raggiunse il cuore di Ground Zero e diede il cambio a una collega del Times, Katherine Finkelstein, che era rimasta sul posto fino a quel momento. La scena davanti ai suoi occhi era surreale: fumo, detriti incandescenti, decine di operatori stremati, e intorno a loro un accampamento improvvisato tra gli scheletri degli edifici vicini. Mancava praticamente tutto, dalla corrente elettrica ai bagni funzionanti, tanto che Finkelstein, nel salutarlo, indicò un bidone della spazzatura in un vecchio negozio di fiori dicendo: «Quella è la toilette. Non usare quelle vere: sono tutte piene di vomito».

Il carrello giallo

Appena immerso nel “villaggio” di Ground Zero, Chivers si accorse che per restare accettato doveva rendersi utile. Osservò alcuni volontari che distribuivano cibo: facevano avanti e indietro con un pesante carrello giallo, raccattando anche i rifiuti che nessuno smaltiva. In quell’inferno di rottami e polvere, infatti, il problema più comune, oltre al fumo acre, era la spazzatura sparsa ovunque: piatti di carta sporchi, bottigliette vuote, maschere respiratorie usate, guanti bruciati, resti di cibo. Il lavoro più umile, raccogliere l’immondizia, era anche quello a cui nessuno pensava in un contesto del genere; proprio per questo divenne il passaporto del cronista per mimetizzarsi. Chivers afferrò il carrello dei rifiuti e cominciò a spingerlo in giro, riempiendo sacchi di detriti e liberando i pochi spazi calpestabili. Fu questione di minuti: immediatamente venne scambiato per uno della “squadra”. Ogni pochi metri qualcuno lo fermava: «Ehi, puoi passare dal nostro camion? Abbiamo un mucchio di schifezze lì vicino». «Amico, aspettami, così ti butto questa roba». Perfino i poliziotti sul perimetro lo lasciavano transitare liberamente, salutandolo con un cenno della mano, ormai convinti che fosse un addetto autorizzato.

Spingendo quel carrello giallo traballante, il reporter fece avanti e indietro sul Pile, la montagna fumante di macerie, e nelle aree di servizio allestite accanto. Ogni mezz’ora circa il carrello traboccava di immondizia: Chivers allora usciva fino a Vesey Street e scaricava il contenuto lontano dalla zona mensa e riposo, creando in poche ore un cumulo di rifiuti alto fino al petto e largo diversi metri. Il giovane cronista non era certo un forzuto, e talvolta quel carico diventava troppo pesante da manovrare. Col passare delle ore, il garbage man improvvisato guadagnò popolarità: tutti lo vedevano sgomberare passaggi, portare sacchi e perfino dare una ripulita attorno ai posti di guardia dei poliziotti, spazzando via detriti e cenere ai loro piedi. «Grazie, amico» lo ringraziò uno degli agenti più giovani, rassicurato dalla sua costante presenza. Vedendolo così solerte, quel poliziotto probabilmente lo ritenne parte dello staff ufficiale; gli chiese dove potesse recuperare un nuovo paio di guanti da lavoro. Chivers indicò il punto di distribuzione dei materiali, ma il poliziotto scosse la testa: era bloccato di turno al suo varco e non poteva allontanarsi. Il reporter non ci pensò due volte: andò lui a recuperare un paio di guanti nuovi e anche un caffè caldo, e glieli portò. “Adesso avrò un alleato quando inizieranno a cacciare via la gente”, pensò soddisfatto. Con quel semplice gesto si era guadagnato la fiducia di almeno un membro delle forze dell’ordine, e presumibilmente, al momento opportuno, nessuno l’avrebbe mandato fuori.

Vita nel “villaggio” di Ground Zero

Nei primi giorni dopo l’attentato, Ground Zero si trasformò in una sorta di villaggio brulicante di persone e attività operative. Lo chiamavano “il Cratere”, “la Pila”, “la Fossa”, ma al di là dei nomi apocalittici, sulla cenere delle torri stava nascendo una comunità solidale decisa a riprendersi quello spazio violato. Chivers, ormai integrato tra i volontari, ne divenne uno degli abitanti. Di giorno e di notte aiutava nei modi più disparati: spostare casse d’acqua, scaricare viveri, allestire tavoli per i pasti, distribuire coperte. E poi, instancabilmente, raccogliere rifiuti. Tra una fatica e l’altra, teneva costantemente il cellulare a portata di mano, pronto a chiamare la redazione del Times “uptown” e dettare aggiornamenti, scene, dettagli umani di quell’inferno organizzato. «Mi resi conto che lì potevo fare entrambe le cose,» ricorderà su Esquire: «essere un manovale e insieme informare i colleghi in redazione. Lavoravo per Dennis (il coordinatore del banco viveri) e intanto mandavo le notizie al giornale».

Chivers dormì pochissimo in quei giorni. L’adrenalina, il fumo e il rumore dei generatori a diesel tenevano tutti svegli. Ogni tanto, allo stremo, anche lui cercava riposo su una delle brande di fortuna sistemate in fila nell’atrio devastato di un edificio: si accasciava accanto ai pompieri e ai poliziotti, con ancora indosso la maschera antipolvere e la pettorina fluorescente. Poynter, istituto di studi sul giornalismo, in seguito racconterà che il reporter dormiva per terra accanto ai first responders e telefonava al desk del giornale per riferire tutto ciò che vedeva e sentiva. Tra soccorritori e operai, qualcuno cominciò a riconoscerlo di vista: c’era perfino chi notando quella t-shirt militare faceva capannello per scambiare qualche battuta. «Sei un marine? Io anche, ’71-’73. Un inferno, eh?» gli disse un vigile del fuoco di Brooklyn, con un sogghigno amaro. In quei dialoghi spicci, in quella fatica condivisa, si formò un legame quasi tribale tra tutti i presenti. Erano reduci di un trauma comune e ognuno trovava rifugio nel lavoro manuale, quasi fosse una terapia: “Il ritmo del lavoro fisico offriva una via di fuga e uno sfogo, un modo produttivo di incanalare paura, rabbia e adrenalina” scriverà Chivers, descrivendo l’atmosfera di quei momenti.

Nel frattempo, a mano a mano che i giorni passavano, la natura dell’operazione a Ground Zero stava cambiando. Se subito dopo l’11 settembre c’era ancora speranza di trovare sopravvissuti tra le macerie, dopo una settimana quella speranza si era affievolita. Il lavoro era diventato soprattutto di recupero resti e bonifica. Arrivarono rinforzi: squadre di operai edili specializzati, vigili del fuoco da altre città, e anche gli addetti ufficiali della nettezza urbana con i loro mezzi. Domenica 16 settembre, all’alba del quinto giorno di permanenza, Chivers venne affiancato da un vero netturbino newyorkese che gli diede un consiglio scherzoso mentre caricavano macerie: «Vai piano, fratello… con calma, abbiamo tutta la giornata davanti». Quello scambio lo fece sorridere, ma era il segnale che qualcosa stava cambiando: ormai c’era abbastanza personale autorizzato e volontari registrati, e le maglie della sicurezza si stringevano. Le autorità cominciarono a richiedere badge di riconoscimento rosso per chiunque restasse sul sito. Molti poliziotti e militari della Guardia Nazionale ormai conoscevano “il tizio del carrello” e continuavano a lasciarlo passare; tuttavia Chivers capì che era solo questione di tempo prima che qualcuno si accorgesse che non aveva alcun tesserino ufficiale. Quando vide due civili senza badge venire arrestati e portati via in manette, decise che era il momento di defilarsi.

Fine della missione segreta

Dopo quasi cinque giorni in incognito sul luogo del disastro, il cronista uscì dunque volontariamente da Ground Zero, prima di essere scoperto. Ma la sua non fu una resa: piuttosto una breve ritirata strategica. Poche ore più tardi, infatti, Chivers si presentò di nuovo all’ingresso, questa volta alla luce del sole e con tutte le carte in regola. Era lunedì 17 settembre e il New York Times aveva ottenuto per lui un accredito ufficiale per seguire dall’interno le operazioni della Guardia Nazionale. Rientrò a Ground Zero a bordo di un Humvee militare insieme a un collega reporter e a un fotografo del giornale, pronto a continuare il suo lavoro di cronaca. Da quel momento non ebbe più bisogno di fingere alcun ruolo: si unì al comando del tenente colonnello Mario Costagliola a Battery Park e da lì seguì, giorno per giorno, l’evolversi delle operazioni di recupero. Il “dietro le quinte” clandestino però era già stato svelato: nei taccuini di Chivers c’erano dozzine di scene e testimonianze raccolte proprio grazie a quei cinque giorni da infiltrato tra le macerie.

Chivers avrebbe poi riversato tutta quell’esperienza in una testimonianza dettagliata e intensa. Il 30 settembre 2001 il New York Times pubblicò sul suo speciale A Nation Challenged il pezzo “Ground Zero Diary: 12 Days of Fire and Grit”, un diario dal fronte delle macerie che occupò la prima pagina e raccontò la vita quotidiana di quella sorta di villaggio emerso dal disastro. In quelle colonne, e nelle pagine che seguirono, i lettori scoprirono cosa significava davvero stare a Ground Zero nelle ore più difficili: mangiare insieme su scalinate polverose, dormire all’addiaccio sui marciapiedi rotti, respirare cenere e morte ma non fermarsi. L’inganno etico, se così si può chiamare quel travestimento da netturbino, era finalizzato a un bene superiore: permettere al mondo di vedere, attraverso le parole di un cronista, quello che altrimenti sarebbe rimasto nascosto dietro i cordoni di polizia. Il risultato fu all’altezza dell’intento. Quelle cronache contribuirono a un’opera giornalistica collettiva che valse al New York Times il Premio Pulitzer 2002 per il Servizio Pubblico, riconoscimento assegnato proprio alla sezione A Nation Challenged per “aver aiutato i lettori a comprendere le conseguenze dell’attacco terroristico”. Anni dopo, Esquire ripubblicò integralmente il reportage di Chivers, definendolo “la storia di come fece di Ground Zero la sua casa nel settembre 2001”. 

C. J. Chivers

Al New York Times si fa l’undercover?

Questa storia è un’eccezione nel contesto delle regole di casa del Times: il suo manuale etico infatti scoraggia la dissimulazione. Come riassume la Society of Professional Journalists, «I giornalisti del Times non falsificano attivamente la propria identità per ottenere una notizia. A volte possiamo rimanere in silenzio sulla nostra identità e lasciare che vengano fatte delle supposizioni, ad esempio per osservare i rapporti di un'istituzione con il pubblico, o il comportamento delle persone durante una manifestazione o degli agenti di polizia in un bar vicino alla stazione di polizia. Tuttavia, un inganno sistematico e prolungato, anche passivo, come ad esempio accettare un lavoro per osservare un'azienda dall'interno, può essere utilizzato solo dopo aver consultato il capo dipartimento e i redattori capo. (Ovviamente, esistono eccezioni specifiche per le recensioni di ristoranti e incarichi simili).» Nello stesso spirito, lo SPJ Code of Ethics chiede ai reporter di «Evitare metodi sotto copertura o altri metodi subdoli per raccogliere informazioni, a meno che i metodi tradizionali e aperti non consentano di ottenere informazioni vitali per il pubblico.» In pratica: niente travestimenti, salvo rarissime eccezioni motivate da un chiaro interesse pubblico e quando non esistono alternative aperte; e comunque con piena trasparenza verso i lettori sul “come” si è ottenuta l’informazione.

Ecco perché il caso Chivers resta una delle poche, rarissime volte in cui il New York Times ha tollerato un mimetismo per ottenere, o meglio, mantenere l’accesso: un caso limite che rientra nel perimetro delle sue regole proprio perché Chivers non mise in scena una falsa identità, ma si rese utile e poi raccontò con trasparenza come c’era riuscito. È anche per questo che il suo “garbage man journalism” ha retto alla prova del tempo: non fu uno sting, ma un gesto di servizio in un’area vietata ai reporter. Da allora, complici le lezioni legali e deontologiche degli anni Duemila, l’undercover al Times è rimasto eccezione assoluta; al suo posto, quando l’accesso è impossibile, la testata preferisce metodi verificabili (open source, visual forensics, satellite, audio) che non richiedono travestimenti. La lezione che ci lascia Chivers, nel giorno dell’anniversario, è semplice e scomoda: a volte per vedere qualcosa bisogna girare, anche solo per qualche turno, con un carrello che cigola tra la polvere, e poi rendere conto ai lettori, parola per parola, di come ci si è arrivati.

Se vi interessano questi temi, fra qualche settimana, il 27 settembre parleremo dei limiti legali, etici e deontologici di queste forme di giornalismo al festival internazionale di giornalismo investigativo DIG Festival 2025 a Modena (Italia) in un incontro intitolato “Ogni giornalista è (in fondo) un giornalista undercover?”.

Se non ci vediamo a Modena ci vediamo al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha

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