L’ultimo mese sotto copertura: sulle rotte dei nuovi schiavisti

Da Dubai al Kenya fino al Canale della Manica, tre inchieste svelano le reti internazionali di sfruttamento umano.

Nell’ultimo mese tre inchieste giornalistiche sotto copertura ci hanno portato al cuore di reti criminali che sfruttano i più vulnerabili attraverso confini e continenti. Dalle ragazze reclutate in Uganda e vendute nei festini estremi di Dubai, ai bambini adescati in Kenya lungo le strade dei camionisti, fino ai migranti traghettati illegalmente attraverso la Manica. Queste storie diverse condividono un filo rosso: smascherano i “nuovi schiavisti” di oggi, coloro che lucrano sul corpo e sulle speranze di esseri umani in fuga o in difficoltà.

Se questi temi vi appassionano, la prossima settimana, dal 24 al 28 settembre, si svolgerà in Italia a Modena il festival internazionale di giornalismo investigativo DIG 2025. Tra le tante cose interessanti del programma ci sarà una rassegna di documentari e film investigativi su Gaza. Noi, manco a dirlo, parleremo di undercover con dei bravissimi colleghi.

Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.

Dietro il Dubai Porta Potty: la tratta delle ragazze ugandesi

Una giovane ugandese di 23 anni precipita dal balcone di un grattacielo a Dubai. Il video della sua morte diventa virale e viene associato al macabro trend chiamato “Dubai Porta Potty”, ovvero presunti festini segreti dell’alta società in cui modelle straniere subiscono abusi inimmaginabili. Partendo da questo mistero, la giornalista Runako Celina di BBC Africa Eye ha condotto un’inchiesta che ha rivelato una realtà ancora più oscura dietro l’hashtag virale. Il documentario Death in Dubai ha ricostruito le storie di Monic Kurunji (23 anni) e Kayla Bunji (21), due giovani ugandesi che nel 2021-2022 sono morte dopo essere cadute da palazzi nel quartiere Al Barsha di Dubai in circostanze sospette. Le autorità locali avevano liquidato i casi come suicidi dovuti ad abuso di alcol o droghe, ma i reporter hanno smontato questa versione: alcuni testimoni raccontano di una colluttazione avvenuta sul balcone di Monic prima della caduta, e analisi indipendenti hanno smentito la presenza di sostanze nel sangue di Kayla.

La giornalista investigativa Runako Celina (BBC Africa Eye) ha svelato le complicità dietro il fenomeno “Dubai Porta Potty”, collegato alla morte sospetta di due ragazze ugandesi a Dubai.

La domanda era: chi aveva portato queste giovani a Dubai e perché? L’inchiesta di BBC Africa Eye ha scoperto l’esistenza di un network transnazionale di tratta di esseri umani tra Uganda e Emirati Arabi. In patria operava un reclutatore senza scrupoli, Umar “Bash” Bashir, che setacciava i social in cerca di ragazze vulnerabili, disoccupate, povere o sotto pressione familiare, promettendo loro lavori rispettabili a Dubai come cassiere o addette in hotel. Bashir provvedeva a farle partire fornendo documenti e visti, spesso ottenuti in modo fraudolento: è emerso infatti che aveva accesso illecito all’ente nazionale ugandese di registrazione anagrafica (NIRA) e poteva recuperare o falsificare dati e documenti ufficiali a piacimento. Una volta arrivate negli Emirati, le ragazze venivano prese in carico da un complice sul posto, Charles Mwesigwa detto “Abbey”. Ex autista di autobus trasferitosi a Dubai, Abbey controllava fino a 50 donne contemporaneamente, spostandole di continuo tra appartamenti diversi per sfuggire a occhi indiscreti.

Appena giunte a destinazione, le vittime scoprivano che i lavori promessi erano inesistenti e che anzi dovevano ripagare un enorme debito – fra i 2.800 e i 5.600 dollari – per coprire spese di viaggio, visto e alloggio. Questo debito le rendeva schiave: prive di documenti e di libertà di movimento, erano costrette a prostituirsi e subire violenze e umiliazioni estreme, proprio quelle descritte nei raccapriccianti racconti legati al Porta Potty. Il documentario della BBC demolisce dunque la versione del “tragico incidente” e porta alla luce un sistema criminale organizzato che sfrutta la facciata scintillante di Dubai per attirare giovani donne africane in una trappola mortale. Grazie a queste rivelazioni, la famiglia di Monic, inizialmente convinta fosse suicidio, ha ora elementi per chiedere giustizia e far riaprire il caso della sua morte. L’indagine getta nuova luce su cosa si nasconde dietro certi lusso sfrenato e scandali virali: non leggende metropolitane, ma una tratta di ragazze reali gestita nell’ombra.

“Sono ancora bambine”: il racket delle madam in Kenya

In Kenya l’orrore corre lungo le strade trafficate dai camion. A circa 50 km da Nairobi sorge Maai Mahiu, una cittadina di transito attraversata ogni giorno da tir carichi diretti verso Uganda, Ruanda, Sud Sudan e RD Congo. Maai Mahiu è tristemente nota per il fiorente commercio del sesso, e un’inchiesta di BBC Africa Eye ne ha svelato il lato più agghiacciante: bambine di 13-15 anni vendute ai camionisti da donne del posto note come “madam”. Due reporter sotto copertura – fingendosi prostitute interessate a “imparare il mestiere” di madam – hanno infiltrato questa rete passandoci mesi dentro. Le telecamere nascoste hanno raccolto prove sconvolgenti: le madam incontrano gli investigatori credendoli aspiranti sfruttatori e, pur ammettendo di fare una cosa illegale, arrivano a offrire loro ragazze minorenni da avviare alla prostituzione.

La cittadina di Maai Mahiu (Kenya) è un nodo di traffici dove operano le cosiddette “madam”: donne locali che offrono anche tredicenni ai camionisti di passaggio. L’indagine di BBC Africa Eye ha visto due giornaliste infiltrarsi nel giro, fingendosi protettrici in cerca di business.

In un caso filmato, una madam che si fa chiamare Nyambura presenta orgogliosamente alle reporter una ragazzina di appena 13 anni che “lavora” per lei da sei mesi. Nyambura viene ripresa mentre ride e spiega quanto sia facile procurarsi queste giovani vittime: «Sono ancora bambine, quindi è facile manipolarle semplicemente dando loro dei dolci. [...] A Maai Mahiu è una cosa normale», dice, definendo la prostituzione minorile un’attività redditizia alimentata dai camionisti di passaggio. In un altro frangente, la stessa madam accompagna l’infiltrata in una casa appartata: sul divano ci sono tre adolescenti intimorite. Appena Nyambura si allontana, le ragazze colgono l’occasione per confidarsi: raccontano di subire abusi ogni giorno, più volte al giorno, costrette a pratiche “inimmaginabili” dai clienti. Una di loro ha il viso di una bambina ma parla con voce spenta di quello che è costretta a sopportare.

Un secondo investigatore undercover è riuscito a entrare in confidenza con un’altra trafficante, una donna che si fa chiamare Cheptoo. Anche lei, ignara di essere registrata, ha ammesso con disinvoltura che “vendere ragazze” le permette di vivere comodamente, aggiungendo che opera “in gran segreto” perché sa che è illegale, ma che esistono clienti abituali pronti a pagare per avere minorenni. Tutto il materiale raccolto dalla BBC, dalle trattative filmate agli incontri con le vittime, è stato consegnato alle autorità keniote nel marzo scorso. Eppure, finora non è stato effettuato alcun arresto. La polizia locale ha dichiarato di non essere riuscita a rintracciare le donne e le ragazze coinvolte nei video, e in effetti molte delle giovani vittime hanno troppa paura per denunciare. L’indagine getta luce su un sistema di prostituzione minorile radicato, alimentato dalla povertà e dall’omertà: lungo le rotte dei camion attraverso il Kenya, l’abuso di minori è diventato quasi “normale”, tollerato come un segreto di Pulcinella, finché giornalisti sotto copertura non l’hanno documentato agli occhi del mondo. Ora quelle risate complici e quelle testimonianze di bambine violate non possono più essere ignorate.

“È un lavoro come un altro”: un anno tra i trafficanti della Manica

Spostiamoci infine sul Canale della Manica, tra la Francia e il Regno Unito, dove prospera il lucroso traffico di migranti irregolari. Un’inchiesta della BBC (andata in onda ad agosto) ha rivelato i segreti di una potente rete criminale che gestisce le traversate clandestine tra le coste francesi e inglesi. Per oltre un anno, i reporter britannici hanno lavorato sotto copertura fingendosi migranti in cerca di un passaggio, riuscendo a infiltrarsi in una delle gang più organizzate attive sul fronte franco-britannico. Grazie a telecamere nascoste, hanno documentato dall’interno come funzionano le operazioni dei passatori: dalle giungle costiere dove i migranti attendono il momento giusto, fino all’imbarco notturno sui gommoni verso l’Inghilterra.

Un frame video girato dai reporter della BBC mostra un covo di migranti nascosto nella foresta vicino Dunkerque (Francia). Da qui partono molte traversate illegali della Manica organizzate dalle gang di trafficanti.

L’indagine ha individuato un campo segreto nella foresta di Dunkerque, a pochi chilometri dal confine belga, usato come base dalla gang: tra tende mimetizzate e sentieri fangosi, centinaia di persone vi sostano in attesa della chiamata, mentre bande rivali si affrontano con armi da fuoco e coltelli per il controllo del territorio. Quando il meteo è favorevole, scatta l’operazione: gruppi di una cinquantina di migranti vengono prelevati dai reclutatori e caricati su furgoni, poi condotti su spiagge isolate. Nel buio, in pochi minuti i trafficanti gonfiano i gommoni nascosti tra i canneti, stipano a bordo quante più persone possibile e le spingono in acqua prima che arrivino le pattuglie. Dall’altra parte della traversata, nel Regno Unito, altri emissari dell’organizzazione attendono gli “sbarchi fantasma”: i giornalisti sono riusciti a filmare membri della gang mentre ritirano buste di contanti dai migranti arrivati a Birmingham, pagamento dei viaggi appena compiuti. Il tutto è orchestrato con precisione quasi militare: la BBC ha scoperto che la rete di trafficanti si suddivide in cellule autonome ma coordinate – c’è chi recluta i candidati al viaggio, chi procura i gommoni e li pilota, chi guida i furgoni e chi movimenta i soldi – in un meccanismo ben rodato che sfugge costantemente ai controlli.

Quello che per i criminali è un business milionario per i migranti è un viaggio disperato spesso senza ritorno: secondo le stime citate dall’inchiesta, ogni anno circa 80 persone muoiono cercando di attraversare il Canale su piccole imbarcazioni, tra cui una dozzina di bambini E nonostante gli sforzi dichiarati dai governi, fermare questo traffico si sta rivelando difficilissimo. Proprio mentre il premier britannico promette di “sradicare le gang” con nuove misure e accordi franco-inglesi, sul campo i trafficanti giocano a nascondino con la polizia cambiando continuamente tattica. Uno di loro – intervistato anonimamente da Sky News – lo ha detto senza mezzi termini: «Non lo vediamo come contrabbando. Lo vediamo come un altro lavoro, come lavorare in un ristorante o dal barbiere. Il nostro lavoro è trasferire le persone dall’altra parte della Manica». In altre parole, per questi mercanti di uomini portare migranti oltre confine è semplicemente un mestiere come un altro, da cui trarre profitto. La domanda di chi tenta la sorte in cerca di una vita migliore è così alta che, finché esisteranno frontiere da varcare e disperazione da sfruttare, ci sarà sempre qualcuno pronto a “offrire il servizio” – a costo di vite umane. L’inchiesta sotto copertura della BBC ci ha mostrato dall’interno questa realtà brutale, ricordandoci quanto sia complesso (ma urgente) intervenire per spezzare le reti dei nuovi schiavisti.

Se non ci vediamo ai Dig, ci vediamo al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha

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