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La confessione sotto copertura di un cecchino israeliano che ha svelato i suoi crimini di guerra
Un documentario indipendente di un giornalista palestinese ha anticipato i grandi media Occidentali rivelando gli autori di crimini commessi dall’IDF.

Lo scorso martedì 16 settembre l’ONU ha sancito un punto di non ritorno, forse tardivo ma inequivocabile: quello di Israele a Gaza è genocidio. La Commissione indipendente d’inchiesta sui territori palestinesi occupati ha stabilito che l’esercito e le autorità israeliane hanno perpetrato quattro dei cinque atti che la Convenzione del 1948 definisce genocidari: uccisioni, gravi danni fisici e mentali, condizioni di vita volte a provocare la distruzione di un popolo e misure volte a impedire le nascite.
Ma se oggi l’ONU si esprime finalmente su ciò che accade ogni giorno a Gaza da quasi due anni, è anche grazie ai giornalisti palestinesi che lo documentano fin dall’inizio della guerra. Video, testimonianze e prove raccolte sul campo hanno mostrato come civili disarmati venissero presi di mira e uccisi, come case, ospedali e scuole venissero deliberatamente targettizzati e ridotti in macerie, e come l’assedio della Striscia sia stato trasformato in un’arma sistematica di fame e annichilimento. È dentro questo quadro, fatto di crimini negati ma sempre più evidenti, che si colloca il caso di cui vi parliamo oggi: mentre l’esercito israeliano continuava a proclamarsi come “il più etico del mondo” e di operare “nel pieno rispetto delle regole d’ingaggio e del diritto internazionale”, un giornalista palestinese, usando il metodo sotto copertura, è riuscito a far confessare un crimine di guerra a un cecchino dell’IDF.
Se questi temi vi appassionano, la prossima settimana, dal 24 al 28 settembre, si svolgerà in Italia a Modena il festival internazionale di giornalismo investigativo DIG 2025, tra le tante cose interessanti del programma ci sarà una rassegna di documentari e film investigativi su Gaza. Noi, manco a dirlo, parleremo di undercover con dei bravissimi colleghi.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
I “fantasmi” di Tal al-Hawa
La mattina del 22 novembre 2023, nel quartiere di Tal al-Hawa, a sud di Gaza City, Mohammed Doghmosh, un giovane di ventisei anni, camminava con il cugino Youssef, poco distante dalla scuola secondaria Al Jalil, dove decine di famiglie avevano trovato rifugio. Erano passate poche settimane dall’inizio dell’offensiva israeliana a Gaza, ma già le strade intorno a loro erano un cumulo di macerie.
Mohammed e Youssef attraversarono la strada. Un colpo arrivò da lontano, senza che si capisse da dove. Colpì Mohammed e lui cadde subito, senza muoversi. Youssef corse via. Salem, il fratello diciannovenne di Mohammed, si lanciò verso il suo corpo. Provò a trascinarlo via, ma un proiettile lo raggiunse alla testa. Cadde accanto al fratello. Il padre, Montasser, cinquantuno anni, si precipitò in strada gridando: “I miei ragazzi!”. Venne colpito anche lui e restò a terra, ferito in maniera grave, ma ancora vivo. Un nipote, Khalil, provò a soccorrerlo. Lo trascinò, fece pochi passi, poi un altro colpo. Fu ferito, ma riuscì a mettersi in salvo. Quella giornata costò la vita a quattro membri della famiglia Doghmosh. Altri due restarono feriti. I corpi dei fratelli rimasero in strada fino al cessate il fuoco del 24 novembre. Nessuno poteva avvicinarsi: “Chiunque lo faceva veniva colpito”, disse più tardi Khalil.

La ripresa della camera termica dell’IDF
A circa 300 metri di distanza, in un edificio di sei piani in fondo alla strada Moneer Al Rayyes, proprio davanti al parco Barcelona Garden, seduti su un divano di vimini con i loro fucili di precisione, c’erano due cecchini del Battaglione paracadutisti 202 dell’esercito israeliano. Il nome in codice del loro squadrone era “Refaim”, il termine ebraico per “fantasmi”.
Confessioni (sottocopertura) di un cecchino
Gli assassini della famiglia Doghmosh non avrebbero mai avuto un volto se a fornire le prove di questo crimine di guerra non fossero stati gli stessi soldati israeliani. Nell’aprile 2024, un cecchino di nome Shalom Gilbert, componente del gruppo dei “fantasmi” del Battaglione 202, pubblicò su YouTube un video di circa sette minuti che mostrava scene di combattimento a Gaza: civili palestinesi disarmati che crollavano a terra colpiti, cadaveri abbandonati sul ciglio della strada come immondizia, truppe israeliane in azione tra le macerie, con l’accompagnamento di una colonna sonora da film d’azione. Tra le scene di questo video pubblicato da Shalom Gilbert, c’era anche il massacro di Mohammed, Salem e Montasser Doghmosh, ripreso con droni e telecamere termiche in dotazione all’IDF.
Il video, caricato per celebrare quella missione a Gaza, venne rimosso dopo qualche mese da YouTube, ma qualcuno ne salvò una copia. Tra questi il giornalista palestinese Younis Tirawi, che anche a partire da quei filmati avviò una propria inchiesta. Così, incrociando le immagini satellitari, foto e video dai profili social dei soldati e i video pubblicati da Shalom Gilbert, riuscì a risalire all’identità dei due cecchini: Daniel Raab, americano originario dell’Illinois, e Daniel Graetz, tedesco di Monaco di Baviera, entrambi arruolati nell’IDF.
Così, per avere un’ulteriore conferma di questi fatti, Younis Tirawi decise di chiedere direttamente a chi li aveva perpetrati: nell’estate del 2024 avvicinò il sergente Daniel Raab con un collega di madrelingua ebraica che si fingeva un giovane israeliano interessato a raccontare le gesta eroiche dei paracadutisti e dei soldati caduti in battaglia. Raab accettò con entusiasmo, a patto che il suo volto restasse oscurato, e trascorse ore a rispondere con sorprendente candore alle domande, mostrandosi perfettamente a suo agio mentre incriminava se stesso e il commilitone Graetz per la carneficina della famiglia Doghmosh.

Daniel Raab confessa l’uccisione, dal documentario di Younis Tirawi
Durante l’intervista il sergente Raab, davanti alle immagini dell’operazione pubblicate su Youtube, rievocò la morte del 19enne Salem Doghmosh, colpito alla testa: “Quella è stata la mia prima eliminazione”, affermò con naturalezza. Il filmato ripreso da un drone mostrava il giovane palestinese disarmato accasciarsi a terra accanto al fratello maggiore già ucciso; Raab ammise di aver sparato sapendo che Salem non era armato. Il padre dei ragazzi, Montasser Doghmosh, accorso disperatamente per portare via i corpi dei figli, venne a sua volta freddato da un colpo. Nell’intervista sotto copertura Raab non mostrò rimorso per le sue azioni, anzi derise gli slanci di pietà delle vittime: uccidere chiunque attraversasse la “linea immaginaria” attorno ai cadaveri, compresi i familiari che volevano soccorrere i loro cari, faceva parte del loro compito: “Continuavano ad arrivare per provare a portare via quei corpi... è per questo che esistono i cecchini”, dichiarò cinicamente. In tutta la campagna, confessò Raab, il suo squadrone aveva eliminato almeno 120 persone, un risultato da lui ritenuto “impressionante”. Nel corso dell’intervista il sergente sottolineò con orgoglio anche un particolare record dell’unità: un’uccisione a oltre 1.200 metri di distanza, in una sorta di gara al tiro al bersaglio fatta tra commilitoni, con tanto di scritta segna-punti.
Younis Tirawi, una volta ottenute le registrazioni (oltre 160 minuti di filmato suddivisi in nove clip, più l’audio di una telefonata con Raab), scelse di divulgare le parti più incriminanti. Nell’ottobre 2024 pubblicò un documentario investigativo di circa 40 minuti che rivelava al pubblico l’esistenza della cosiddetta “Ghost Unit” di cecchini dell’IDF e in cui sono contenuti spezzoni dell’intervista al sergente Daniel Raab oltre ad altri dettagli agghiaccianti delle uccisioni di civili a Gaza.
Dai sobborghi d’Occidente ai tetti di Gaza
Nel 2025 un team internazionale di giornalisti investigativi (che coinvolge anche The Guardian, ARIJ, Der Spiegel, ZDF) ha condotto un’indagine di cinque mesi che ha dato ulteriore visibilità e fornito dettagli aggiuntivi al lavoro di Tirawi. Attraverso interviste a testimoni e analisi di video, l’inchiesta ha ricostruito la dinamica esatta di quel 22 novembre 2023. Nell’edificio dove Raab e Graetz erano appostati, un reporter ha trovato graffiti lasciati dall’unità, tra cui un grande numero 9 con corna e coda da demone – il logo usato dai cecchini della “Ghost Unit” durante la campagna. Il seguito di questa inchiesta giornalistica, pubblicato la scorsa settimana, il 9 settembre, ha dato risonanza globale al caso Doghmosh.
Ciò che l’inchiesta crossborder aggiunge davvero a quello che aveva già documentato nel 2024 Younis Tirawi è un profilo dei due soldati, due giovani cresciuti in Occidente, lontani dalla guerra, che scelgono di arruolarsi nell’IDF e finiscono nella stessa unità di cecchini. Daniel Raab è cresciuto a Naperville, sobborgo benestante di Chicago, in Illinois. Ex studente universitario di biologia molecolare ed ex giocatore di basket, negli Usa era presidente degli Illini Students Supporting Israel e leader studentesco dell’organizzazione ebraica Chabad. La sua vita prende una piega diversa quando decide di trasferirsi in Israele e arruolarsi volontariamente nei paracadutisti dell’IDF. Daniel Graetz, invece, è nato e cresciuto a Monaco di Baviera. Trasferitosi in Israele da giovane, ha ottenuto la doppia cittadinanza e si è arruolato anche lui nello stesso battaglione. In squadra veniva chiamato con il soprannome di “Santa”, un nomignolo che ricorreva nelle chat private dei soldati.

Il logo dello squadrone dei “fantasmi”
Dopo la diffusione del materiale, il Council on American-Islamic Relations (CAIR) ha chiesto al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti di indagare su Raab per crimini di guerra, mentre il Centro Europeo per i Diritti Costituzionali e Umani (ECCHR) ha depositato una denuncia penale in Germania, chiedendo che le azioni di Graetz vengano perseguite.
“Il primo genocidio in livestream della storia”
L’operazione sotto copertura coordinata da Tirawi si inserisce in un filone più ampio di inchieste giornalistiche che hanno documentato crimini di guerra ammessi o addirittura ostentati dagli stessi soldati israeliani. Uno degli esempi più riusciti è il documentario “Investigating war crimes in Gaza“, prodotto dall’Unità Investigativa di Al Jazeera e pubblicato nell’ottobre 2024, negli stessi giorni dell’inchiesta di Tirawi. Il film ha esposto numerose violazioni commesse dall’IDF attraverso i video e le foto che i militari stessi condividevano sui social durante la campagna di Gaza.
Il materiale raccolto è agghiacciante: filmati di distruzione e saccheggio di abitazioni palestinesi, abusi su prigionieri e persino uccisioni di civili presentate con tono scherzoso o celebrativo. La quantità di prove fornite dai soldati è tale che la scrittrice palestinese Susan Abulhawa ha definito questa guerra “il primo genocidio in livestream della storia”.

Il risultato del massacro dei Doghmosh
Eppure, il lavoro di Tirawi è stato accolto con diffidenza. Per prevenire accuse di manipolazione, Der Spiegel ha fatto analizzare i video dell’intervista a Raab da un istituto forense che ha certificato l’assenza dell’alterazione delle parole del sergente nel documentario pubblicato da Tirawi. Solo dopo la verifica tecnica e la pubblicazione di The Guardian e ZDF l’inchiesta ha ottenuto una piena legittimazione internazionale. Ma le prove erano già lì, mesi prima, raccolte da un giornalista palestinese indipendente che pubblica tutto quello che scopre direttamente sul suo account X, senza una redazione a proteggerlo. E che soprattutto non ha esitato a fare ciò che ogni giornalista dovrebbe: usare tutti gli strumenti a disposizione per verificare e rendere pubblica una notizia e per restituire alle cose un loro nome. In questo caso, un crimine di guerra.
Al prossimo Debrief,
Sacha e Luigi
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