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La giornalista sotto copertura nella sua stessa redazione
Una reporter americana, April Morganroth, viene licenziata per essersi inventata citazioni in un articolo sull'11 settembre. Cambia nome, cambia stato, e ricomincia. Fino a quando 20 capi d'accusa per reati gravi la raggiungono in Wyoming.

Su Debrief raccontiamo spesso storie di persone che assumono identità diverse per entrare dove non potrebbero. Di solito sono giornalisti che vanno sotto copertura per rivelare abusi e corruzione. Ma questa volta la storia è diversa. La giornalista di cui parliamo oggi ha nascosto la sua vera identità alla sua stessa redazione, e l'obiettivo non era svelare qualche verità nascosta. April Marie Morganroth ha vissuto almeno tre vite professionali, con tre nomi diversi, in quattro stati americani, inventandosi lauree, esperienze lavorative e ha persino falsificato dei documenti federali.
L’ha raccontata recentemente Sam Tabachnik sul Denver Post in un'inchiesta lunga e dettagliata che ha ricostruito per la prima volta l'intera traiettoria di Morganroth attraverso Arizona, Colorado, Nebraska e Wyoming. Grazie al suo lavoro (e a quello delle testate locali del Wyoming come il Cowboy State Daily e Wyo File, che avevano seguito le vicende giudiziarie) abbiamo potuto mettere insieme il quadro completo di una giornalista che per quasi vent'anni ha costruito e ricostruito identità false, ogni volta riuscendo a farla franca fino alla tappa successiva.
È una storia affascinante che dimostra come qualsiasi sistema sia facilmente penetrabile
Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.
In questo numero di Debrief:
Una carriera costruita sulle bugie
La storia sotto copertura di April Morganroth inizia molto prima del giornalismo. Nata come April Marie McClellan in Arizona capisce fin da subito che con l’astuzia avrebbe potuto raggirare chiunque. Così nel 2007, a soli 21 anni, riesce a incassare un assegno di aiuti sociali da 5.000 dollari destinato a suo fratello. Secondo gli atti giudiziari, prelevò i soldi e sparì. L'anno successivo, nel 2008, mentre cercava casa, falsificò una lettera del Department of Corrections per dimostrare che lavorasse lì come dipendente e fabbricò una finta referenza del suo precedente padrone di casa. Fu incriminata e dichiarata colpevole di contraffazione, un reato grave in Arizona, e condannata alla libertà vigilata.
Dopo il matrimonio con Scott Morganroth, April cambia cognome. Frequenta il Phoenix College, dove ottiene un associate degree in fotografia digitale nel 2013, e si iscrive alla scuola di giornalismo Walter Cronkite dell'Arizona State University. L'università confermerà in seguito che Morganroth è stata iscritta, ma non ha mai completato alcun titolo di studio. Né la laurea triennale, né il master, né tantomeno il dottorato che in seguito dichiarerà sotto giuramento.
Un'amica dell'epoca, Bethany Barnes, racconterà al Denver Post che le bugie erano una costante nella vita di Morganroth disseminata di storie sulla sua famiglia che si rivelavano false e di scuse per non uscire che non reggevano alla più elementare verifica. Barnes la descrive come una persona che "mentiva molto bene" e che "si faceva sempre più grande di quello che era."

April Marie Morganroth | Platte County Jail
L'articolo sull'11 settembre che non è mai esistito
Nel 2020, Morganroth si trasferisce in Colorado con il marito e tre figli. Viene assunta nella redazione congiunta del Boulder Daily Camera e del Longmont Times-Call, testate di proprietà di MediaNews Group. Sul curriculum che presenta per ottenere il lavoro qualcosa non torna. Scrive di avere vent'anni di esperienza giornalistica, anche se all’epoca aveva 35 anni. Dichiara di aver lavorato come giornalista a tempo pieno per l'Arizona Republic, ma l'elenco dei giornalisti dell'epoca non la includeva nella redazione. Sostiene di essersi laureata summa cum laude alla Cronkite School, ma, come abbiamo visto, non si era mai laureata.
L'11 settembre 2021, per il ventesimo anniversario degli attentati, il Daily Camera pubblica in prima pagina un suo articolo con le testimonianze di tre residenti della città di Boulder colpiti dalle tragedie di quel giorno. Uno di loro, un ex analista dell'intelligence navale di nome Mark Pfundstein, viene descritto mentre assiste al salvataggio eroico di bambini da un asilo nel Pentagono. Una hostess viene presentata come una donna che avrebbe dovuto lavorare l'11 settembre ma che cambiò turno all'ultimo momento. Un terzo soggetto, un clinico della salute mentale, viene dipinto nell'angoscia di non sapere se sua figlia fosse viva o morta.
Il problema è che quasi nulla di quello che Morganroth aveva scritto corrispondeva a ciò che le tre persone le avevano detto. Le citazioni erano inventate. I fatti erano distorti. Pfundstein dirà in seguito di essere rimasto "inorridito" leggendo l'articolo. Un altro dei soggetti intervistati definirà le citazioni attribuitegli come "finzione pura." Il 1° ottobre 2021, il Daily Camera pubblica una ritrattazione lunga quasi mille parole, nella quale gli editor dichiarano che l'articolo "ha sostanzialmente falsificato le dichiarazioni" delle tre fonti e che "non esistono trascrizioni affidabili delle interviste." Morganroth viene licenziata. Un collega, il giornalista di cronaca giudiziaria Mitchell Byars, scriverà sui social media che c'erano stati "segnali d'allarme francamente facili da identificare" fin dal momento della sua assunzione.
Un incidente del genere, in teoria, avrebbe dovuto porre fine alla sua carriera nel giornalismo. E invece.
Marie Hamilton, la giornalista che non era
Invece, nel 2022, una giornalista di nome A. Marie Hamilton compare nella scena editoriale del Wyoming sudorientale. Lavora per il Torrington Telegram, un piccolo giornale locale vicino al confine con il Nebraska. L'anno successivo, nell'aprile 2023, viene assunta dal Sidney Sun-Telegraph nel Nebraska rurale. La sua nuova editrice, Barbara Perez, guarda il curriculum con stupore. Diverse lauree dalla Cronkite School, diciassette anni di esperienza nel network USA Today, diversi premi statali.
"Eravamo tutti super entusiasti," racconterà Perez. "Tipo: wow, perché una persona con così tanta esperienza dovrebbe venire qui?" Ben presto, però, le cose non tornano. Hamilton ha problemi con l'autorità. Sembra a volte dormire in ufficio. Nessuno incontra mai il marito, che lei dice essere un manager regionale per una compagnia via cavo locale. Quando Perez chiede alla compagnia in questione, che è anche un inserzionista del giornale, le rispondono che non hanno idea di chi stia parlando. Dopo quattro mesi Hamilton dà le dimissioni, dicendo ai colleghi che l'azienda editoriale del Nebraska le ha offerto di dirigere un nuovo giornale a Cheyenne.
Ovviamente le cose non stavano così.
Hamilton ricompare presto in un altro giornale del Wyoming, al Platte County Record-Times. Il suo curriculum viene incrementato, ora vanta più di 25 anni di esperienza. E non ha ancora 40 anni. Il giornale annuncia che ha lavorato per NPR e iHeartMedia. Il Denver Post che ha scavato nel suo passato non troverà alcuna traccia di queste collaborazioni. Ai convegni della Wyoming Press Association, i colleghi la soprannominano affettuosamente "Little Miss Fact-Checker" (la signorina che controlla i fatti, una semicitazione del famoso film Little Miss Sunshine) per la sua abitudine di intervenire con precisazioni durante le discussioni.
Quando nell'agosto 2025 la News Media Corporation chiude improvvisamente dozzine di testate locali, tra cui otto nel Wyoming, Hamilton diventa una paladina della stampa locale, lavorando gratis per tenere aperte le redazioni. La comunità organizza una colletta per lei. È il momento più alto della sua carriera. Nessuno sospetta nulla.
Forte di questa popolarità, Hamilton fonda la sua testata: il 307 Wyoming Sentinel, un media "indipendente e radicato nel territorio" con sede a Chugwater, una cittadina del Wyoming sudorientale. I suoi valori dichiarati: onestà, accuratezza, giornalismo etico e di controllo. Il motto: "Independent. Local. Unafraid."
Ma c'è un dettaglio che rende questa storia ancora più surreale.
Il 25 novembre 2025, il Wyoming Sentinel pubblica un articolo di 5.000 parole presentato come un'"inchiesta" sui presunti danni alla salute causati da un progetto eolico e solare. L'articolo esce con la firma generica "Wyoming Sentinel Staff", come se fosse il prodotto di una redazione. In realtà, sul sito del Sentinel risulta una sola persona: Marie Hamilton, che è contemporaneamente proprietaria, editrice e unica giornalista della testata. Non c'è nessuno staff. E nell'articolo, Hamilton cita più volte come fonte esperta una certa "Marie Hamilton", presentata in terza persona come un'attivista per i diritti dei bambini con disabilità, che esprime le sue preoccupazioni sull'impatto del progetto energetico. In pratica, la giornalista che firma l'inchiesta, l'editrice che la pubblica e la fonte esperta che la fonte sono la stessa persona. E nessuna delle tre esiste davvero.

April Morganroth | Southeast Wyoming Sentinel
La copertura salta
Il castello di carta costruito da April crolla proprio a causa di quel progetto energetico.
Il Chugwater Energy Project è un grande impianto eolico, solare e a batteria. Per il Wyoming rurale è un affare enorme. Si stima che genererebbe circa 180 milioni di dollari di entrate fiscali per la contea di Platte nel corso della sua vita operativa. Per essere costruito, deve passare dall'approvazione dell'Industrial Siting Council, un organo statale del Wyoming che tra novembre e dicembre 2025 tiene una serie di udienze pubbliche sul progetto.
Hamilton fa di tutto per fermarlo. Si presenta in tribunale e depone sotto giuramento, presentando documenti a supporto della sua posizione contraria, alcuni dei quali chiede di secretare sostenendo che contengano informazioni mediche riservate sui suoi figli.
In realtà quei documenti sono falsi. Uno è una lettera di dieci pagine attribuita a un medico dell'UCHealth, il dottor Aaron Meng, che non lavorava più in quella struttura al momento della presunta stesura. Gli altri due portano il logo del distretto scolastico della contea di Laramie e sono attribuiti a un'insegnante, Audrey Adams. Entrambi, contattati dagli investigatori, negano di aver scritto una sola parola di quei documenti. L'avvocata di NextEra segnala i sospetti all'Attorney General del Wyoming la sera stessa della deposizione. Hamilton promette che gli autori dei documenti chiameranno per confermare. Non chiameranno mai.
Ma non è tutto. In quella stessa deposizione, Hamilton raggiunge il culmine dell’attribuirsi titoli inventati. Dichiara sotto giuramento di possedere una proprietà sulla JJ Road a Chugwater, che in realtà appartieneva a una famiglia di nome Gillis. Dichiara di avere tre lauree dall'Arizona State. Di essere iscritta alla facoltà di legge dell'Università del Wyoming. Di possedere un marchio per il bestiame registrato. Di gestire aziende di allevamento in più stati. Addirittura si presenta come "Dr. Marie Hamilton."
Il 9 marzo 2026, la procura le contesta 10 capi d'accusa: 3 per falsificazione di documenti, 3 per possesso di documenti falsificati, 4 per spergiuro. Viene arrestata il giorno dopo.
Due settimane dopo, arrivano altri 10 capi d'accusa legati a un caso parallelo. Gli investigatori scoprono che Morganroth aveva presentato alla famiglia Gillis una falsa lettera di pre-approvazione per un prestito federale USDA da 365.000 dollari per acquistare quella stessa proprietà che dichiarava già di possedere. Aveva prodotto una lettera di assegnazione di un fantomatico "Rural Communities Home Buyer Program" dell'USDA, un programma che non esiste. Aveva fabbricato fatture da due aziende di costruzione (la Cowgirl Demolition and Excavating e la Pete's Builders Roofing) che confermano di non aver mai lavorato per lei. La titolare della Cowgirl Demolition dirà, guardando la fattura falsa: "Era impressionante. Ha usato il mio logo, l'ha sfumato con un'immagine di un escavatore, e aveva tutti i termini giusti. Mi sono chiesta: chi è questa?"
L'indirizzo riportato sulle lettere USDA come sede dell'agenzia federale risulta essere un terreno vuoto nel Missouri. Il numero di telefono della presunta funzionaria USDA è un numero VOIP non raggiungibile. Il programma di prestiti citato non è mai esistito. La vicedirettrice statale dell'USDA Rural Development, Janice Blare, conferma che non c'è traccia dei Morganroth in alcun programma dell'agenzia.
La pena massima teorica per i 20 capi d'accusa è di 140 anni di carcere e 130.000 dollari di multa.
C'è un aspetto di questa storia che va oltre il singolo caso giudiziario.
Due esperti di etica giornalistica interpellati dal Denver Post, Mark Feldstein dell'Università del Maryland e Bob Steele, ex direttore del Prindle Institute for Ethics della DePauw University, hanno dichiarato di non aver mai sentito di un giornalista che, dopo essere stato scoperto a fabbricare articoli, abbia cambiato identità per continuare a fare lo stesso mestiere altrove. Feldstein l'ha definito un caso "storicamente senza precedenti nell'era moderna." Si aspettava qualcosa di simile, ha aggiunto, da preti accusati di pedofilia spostati di parrocchia in parrocchia o da medici che si spostano in un altro stato dopo aver perso la licenza. Ma non da un giornalista.
Questa storia è anche, inevitabilmente, una storia sulla crisi del giornalismo. Le piccole redazioni in cui Morganroth ha operato erano tutte cronicamente sotto organico, spesso gestite da una o due persone, incapaci di verificare le credenziali dei nuovi assunti. In un contesto in cui i giornali locali chiudono a decine, chi si presenta con un curriculum impressionante e la disponibilità a lavorare per poco trova porte aperte. Il sistema non è costruito per difendersi da chi lo manipola dall'interno.
Barbara Perez, l'editrice del Nebraska, dove April aveva lavorato, ha commentato la questione in un modo impeccabile: "Parte di me pensa che ne uscirà anche questa volta. Cavarsela è il suo forte. Mi sto preparando i popcorn."
Al prossimo Debrief,
Sacha & Luigi
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