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La giornalista che inventò l'undercover
Nellie Bly, le giornaliste dimenticate e il mestiere che abbiamo ereditato da loro.

Tra pochi giorni è l'8 marzo. Una data che viene dalle lotte operaie e suffragiste di inizio Novecento, dalle donne che per chiedere più diritti si sono fatte arrestare, picchiare, licenziare. Per questo vogliamo dedicare questo numero alle giornaliste che la storia ha dimenticato, alle donne che hanno inventato (letteralmente inventato) il giornalismo undercover come lo intendiamo oggi, alle reporter che si sono infiltrate dove nessun giornalista poteva entrare, in un'epoca in cui non potevano neanche firmare un articolo con il proprio vero nome senza attirare su di sé il discredito sociale.
Tra queste c’è anche la reporter che è diventata un vero e proprio mito del metodo sotto copertura e di cui non avevamo ancora mai parlato su queste pagine. Si chiamava Elizabeth Jane Cochran. Ma il mondo la conobbe come Nellie Bly.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
Quando le giornaliste non potevano nemmeno firmare un articolo
Pennsylvania, 1885. Elizabeth Cochran ha ventun anni, è senza un soldo e aiuta la madre a portare avanti una pensione a Pittsburgh. Suo padre, che era stato giudice e proprietario del mulino locale, era morto quando lei aveva sei anni, lasciando la famiglia in gravi difficoltà economiche. La madre si era risposata con un uomo violento, poi aveva divorziato, una delle prime donne a farlo in Pennsylvania, in un'epoca in cui il divorzio era appena diventato legale, ma era ancora considerato quasi come un crimine sociale.
Per capire il mondo in cui cresce Cochran, bisogna ricordare che nell'America di quegli anni, una donna sposata praticamente non esisteva come persona giuridica. Nonostante ci fosse già un’aria di cambiamento, la legge prevedeva che l'identità legale della moglie venisse assorbita da quella del marito. Non poteva possedere beni, non poteva firmare contratti, non poteva intentare cause legali, non poteva controllare i propri guadagni, e infine non poteva votare (il suffragio femminile arriverà solo nel 1920, trentacinque anni dopo).
In questo clima, i giornali fanno la loro parte. Nel gennaio 1885, il Pittsburgh Dispatch pubblica un editoriale firmato da un certo Quiet Observer, al secolo Erasmus Wilson, intitolato "What Girls Are Good For": a cosa servono le ragazze. La risposta? Secondo Wilson, è semplice: a tenere a posto la casa e a crescere i figli. Le donne che cercano una carriera fuori dalle mura domestiche sarebbero contro natura.
Elizabeth Cochran legge quell'articolo e va su tutte le furie. Scrive al direttore del giornale, George Madden, una lettera così appassionata, così feroce, così ben argomentata che lui pubblica un appello sulle pagine del giornale: chiunque sia l'autrice si faccia viva. Cochran si presenta al giornale e il direttore Madden le offre un lavoro. Ma una donna giornalista non firma con il suo nome, potrebbe essere additata negativamente, deve usare uno pseudonimo. Così Elizabeth Cochran diventa "Nellie Bly", dal titolo di una canzone popolare di Stephen Foster (e per un errore del caporedattore, che scrive "Nellie" al posto di "Nelly").

Un ritratto di Nellie Bly
Cochran, che era una talentuosa scrittrice, viene assegnata alle pagine femminili, avrebbe dovuto occuparsi di moda, società e giardinaggio. Ma lei non ci sta. Vuole andare nelle fabbriche di Pittsburgh per documentare le condizioni delle operaie, scrivere inchieste sullo sfruttamento del lavoro femminile e minorile. E così Cochran parte per il Messico, dove scrive dei reportage sulla dittatura di Porfirio Díaz. Quando il governo messicano la minaccia di arresto, è costretta a fuggire. Torna a Pittsburgh, ma ormai quella città le sta stretta. Nel marzo 1887 lascia un biglietto su una scrivania della redazione: “Sono partita per New York. Cercatemi.”
A New York per mesi bussa a ogni porta, ma nessun direttore la vuole. Fino al giorno in cui, quando stava per finire tutti i soldi, riesce a farsi ricevere da John Cockerill, caporedattore del New York World, il giornale diretto da Joseph Pulitzer. Cockerill le propone una missione che nessun giornalista uomo poteva fare: documentare quello che succedeva nel manicomio femminile di Blackwell's Island (oggi conosciuta come Roosevelt Island) e scoprire se le voci sugli abusi fossero vere. Lei accetta subito.
Dieci giorni da pazza
Nel 1887 non bastava presentarsi al manicomio e chiedere di farsi internare. Per essere ricoverate a Blackwell's Island era necessario che ci fosse una segnalazione, seguita da un intervento della polizia, dalla decisione di un giudice, che si basava anche su un esame medico. Solo alla fine di questa lunga e intricata trafila ci poteva essere il ricovero coatto. Bly deve quindi percorrere l'intera catena senza che nessuno sospetti che quella non sia la verità. È, a tutti gli effetti, un'operazione sotto copertura, la prima realizzata con la consapevolezza che un’inchiesta del genere richiede, e senz’altro la più famosa della storia.
Bly sceglie il nome di copertura: Nellie Brown, le iniziali coincidono con le sue, così che il monogramma sulla sua biancheria non la tradisca. L'editore le dà solo tre istruzioni: usa quello pseudonimo perché possiamo rintracciarti, racconta quello che vedi con onestà e smetti di sorridere. Si presenta così alla Temporary Home for Females, una pensione per lavoratrici al numero 84 della Second Avenue. Racconta di aver perso i bagagli e i soldi. Dice di non ricordare da dove viene. Finge amnesia, parla in modo incoerente, tiene gli occhi spalancati nel vuoto. La padrona della pensione si spaventa. Chiama la polizia. L'agente T.P. Bockert la porta davanti al giudice Duffy dell'Essex Market Police Court. Duffy la dichiara pazza. Viene trasferita a Bellevue, il più grande ospedale pubblico della città, dove i medici la esaminano e confermano. Nellie Brown è una donna malata. Così, in meno di una settimana, dalla concezione del piano al ricovero coatto, viene spedita a Blackwell's Island.

Un’illustrazione dell’epoca
Dal momento in cui Bly mette piede nel manicomio, smette di sostenere la parte necessaria fino a quel momento. Parla e si comporta in modo normale. Eppure, più si comporta da sana, più i medici e le infermiere la considerano pazza. Le sue richieste di spiegazioni vengono interpretate come sintomi. Le sue proteste come deliri. Quello che trova dentro è un inferno burocratico e quotidiano. Le infermiere picchiano le pazienti, le insultano, e minacciano punizioni peggiori se osano lamentarsi con i dottori. Il cibo è immangiabile: brodo rancido, pane che è poco più che pasta secca, carne avariata, acqua sporca e imbevibile. Le pazienti pericolose vengono legate tra di loro con delle corde. Tutte sono costrette a stare sedute per la maggior parte del giorno su panchine di legno, quasi senza protezione dal freddo.
Ma la scoperta più inquietante è un'altra. Bly parla con le altre internate e si rende conto che molte di loro non hanno alcuna patologia psichiatrica. Alcune sono state fatte rinchiudere da mariti o parenti. Altre, e questo è un dettaglio che dice tutto su quell'epoca, sono finite lì semplicemente perché non parlano bene l'inglese. Immigrate che non riescono a spiegare ai medici di non essere pazze, perché i medici non capiscono la loro lingua.

Il manicomio femminile di Blackwell's Island.
Come in tutte le inchieste sotto copertura, uscirne è la parte più difficile. Se avesse sostenuto con i medici di essere una giornalista infiltrata, nessuno le avrebbe creduto. Così dopo dieci giorni, il World manda un avvocato, Peter A. Hendricks, a liberarla. Bly scriverà di aver lasciato il manicomio con “piacere e rimpianto, piacere di poter tornare a respirare l'aria libera; rimpianto di non aver potuto portare con me alcune delle donne sfortunate che hanno vissuto e sofferto insieme a me, e che sono convinta siano sane esattamente come lo ero io.”
La serie “Ten Days in a Mad-House” che Bly pubblica sul World diventa uno scandalo nazionale. Dall’inchiesta giornalistica parte un'indagine del Grand Jury, mentre il Department of Public Charities and Corrections è costretto ad aumentare i fondi destinati al manicomio di Blackwell's Island. Sette anni dopo l'inchiesta, il manicomio chiude definitivamente. Una giornalista di ventitré anni, in una nazione in cui le donne non possono nemmeno votare, ha appena cambiato la legge.
L'eredità rubata
Quello che succede dopo l’inchiesta di Nellie Bly è una rivoluzione. In tutto il paese, giovani reporter donne si lanciano nel giornalismo immersivo. Le chiamano stunt girls, “ragazze degli stunt”, con quel misto di ammirazione e condiscendenza che il mondo maschile riserva alle donne quando fanno qualcosa di straordinario, ma non sa bene come catalogarlo. Nel 1888, Nell Nelson, a Chicago, si infiltra nelle fabbriche della città, documentando lo sfruttamento delle operaie in una serie in ventuno puntate intitolata “White Slave Girls”. Nel 1989, Victoria Earle Matthews, giornalista afroamericana, smaschera le agenzie-truffa che attirano donne nere dal Sud con false promesse di lavoro per poi finire intrappolate nello sfruttamento. Nel 1890, Annie Laurie, nome di copertura di Winifred Sweet Black, si finge indigente per denunciare le condizioni dell'ospedale pubblico di San Francisco; la sua inchiesta porterà alla creazione del primo servizio pubblico di ambulanze della città.

La copertina del libro tratto dall’inchiesta di Nellie Bly
Ma è qui che la storia prende una piega amara. Gli editori e i direttori dei giornali, praticamente tutti uomini, fiutano il possibile affare. Le inchieste delle “stunt girls” vendono copie come nient'altro. E allora il genere viene spinto sempre più verso il sensazionalismo: notti in case infestate, prove della sedia elettrica, discese in sottomarini, immersioni con lo scafandro. Quello che era nato come un atto di ribellione, giornaliste che si infiltrano per denunciare ingiustizie, che nasceva principalmente dal sessismo di una società estremamente patriarcale, diventa un prodotto da vendere: “Ecco una donna che fa una cosa che nessun’altra donna farà mai!”, “Guardala, una donna che pensa di poter fare un lavoro da uomo!”. Praticamente, le “stunt girl” vennero usate come attrazioni da circo, al punto da diventare loro stesse un fenomeno di costume.
Nel giro di poco tempo lo stunt reporting venne catalogato come yellow journalism, giornalismo scandalistico, materiale da tabloid, “roba da donne”. Un editore dell'epoca, W.C. Brann, scrisse che “almeno metà della melma intellettuale che sta insozzando il paese è pescata nel fango da femmine.” E così, nel giro di qualche anno, queste pioniere del giornalismo moderno vennero del tutto dimenticate. Come scriveva la rivista The Journalist nel 1889: “Molte delle donne più brillanti nascondono la propria identità non sotto uno, ma sotto mezza dozzina di pseudonimi. Questo rende qualsiasi cosa simile a una reputazione solida praticamente impossibile.”
Ci vorranno più di cento anni perché qualcuno riscopra davvero queste storie, e a farlo è stata nel 2021 l’autrice statunitense Kim Todd, con il saggio “Sensational: The Hidden History of America's "Girl Stunt Reporters”, un libro che ricorda che l'undercover journalism nasce a causa dell’esclusione femminile, perché, d’altronde, quando sei un outsider e l’accesso dalla porta principale ti viene sempre negato, non puoi far altro che provare ad aggirare l’ostacolo.
Al prossimo Debrief,
Sacha e Luigi
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