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Sotto copertura dentro Auschwitz: la storia delle operazioni clandestine contro il nazismo
Infiltrazioni, silenzi e scelte estreme di chi vide l’orrore nascere e provò a raccontarlo mentre il mondo faceva finta di non vedere.

Il 27 gennaio ricorreva il Giorno della Memoria, scelto perché coincide con la liberazione del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau nel 1945. E proprio della memoria dell’Olocausto parleremo in questo numero di Debrief, perché anche se non sono molto note, esistono incredibili storie di persone che sotto copertura documentarono l’operato dei sostenitori di Hitler e dei perpetratori dello sterminio degli ebrei.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
Florence Mendheim: la bibliotecaria infiltrata tra i nazisti americani
Negli anni Trenta, Florence Mendheim era una bibliotecaria ebrea del Bronx di New York. Ma era anche una donna molto coraggiosa che condusse una pericolosa doppia vita come agente infiltrata nelle file dei simpatizzanti nazisti sul suolo americano. Nel 1933, con l'ascesa del movimento nazista negli Stati Uniti, le associazioni ebraiche americane cercavano volontari per monitorare i gruppi filonazisti. Mendheim, figlia di immigrati ebrei tedeschi con parenti ancora in Germania, non esitò ad offrirsi. Di giorno catalogava libri presso la biblioteca pubblica di Washington Heights, ma la sera si trasformava, andando in taverne e birrerie dove si riunivano i membri di Friends of New Germany (poi riorganizzati nel German American Bund), un movimento fondato da immigrati tedeschi negli USA e dichiaratamente filonazista. Senza alcun addestramento ma dotata di coraggio, Mendheim si immerse in quel mondo ostile perché sentiva, in quanto ebrea americana, la minaccia dei nazisti come qualcosa di personale che poteva arrivare anche oltre Oceano.

Florence Mendheim
Sotto copertura, Mendheim assunse diverse identità per raccogliere informazioni. Nei rapporti segreti che inviava all’American Jewish Congress firmava con le iniziali in codice “K.Q.X.”, mentre in ambienti accademici usava lo pseudonimo provocatorio di “Anna Hitler” per poter consultare liberamente testi sul Führer. Tra i nazisti locali invece si faceva chiamare “Gertrude Mueller”, costruendosi la reputazione di simpatizzante affidabile. Rischiando in prima persona, arrivò persino a lavorare come segretaria presso l’ufficio di un gruppo filonazista, ottenendo così accesso a informazioni interne. Durante gli incontri, spesso tenuti in tedesco, trascriveva nomi di attivisti, note su discorsi e volantini intrisi di propaganda pro-hitleriana e slogan antisemiti. Le sue relazioni dettagliavano l’organigramma dei gruppi come il German American Bund, i luoghi di ritrovo e perfino i macabri rituali linguistici dei membri, che erano soliti salutarsi come segno di cameratismo dicendo in tedesco una frase che tradotta significava “uccidi l’ebreo”.
Quando le capitava, al termine di una riunione segreta, di ricevere l’invito per un passaggio in auto a casa, Florence accettava il passaggio, ma astutamente non si faceva mai lasciare a casa nel Bronx, ma indicava un indirizzo fittizio a Manhattan, entrava nell’androne di un palazzo fingendo di abitarvi e attendeva che l’auto si allontanasse, per poi scappare nella metropolitana e rientrare sana e salva dalla sua famiglia. Nonostante i rischi crescenti, la copertura di Mendheim tenne per anni. Verso la fine del 1938, con l’approssimarsi della guerra in Europa, Florence cessò la sua attività clandestina. Le informazioni che aveva raccolto (opuscoli, manifesti, elenchi di nomi) furono consegnate all’American Jewish Congress, che con ogni probabilità le condivise con le autorità federali. Di fatto, già nel 1938 il Congresso degli Stati Uniti avviò audizioni sulle infiltrazioni naziste in America, e i materiali raccolti da Mendheim e altri volontari contribuirono a far luce sul pericolo interno. Quando poi gli Stati Uniti entrarono in guerra, i gruppi filonazisti furono rapidamente smantellati: il Bund fu messo fuori legge e si sciolse, e diversi leader finirono arrestati o deportati, azzerando il movimento.
Terminata quella stagione, Florence Mendheim tornò nell’anonimato. Continuò a lavorare come bibliotecaria, insegnò in corsi serali per adulti e si cimentò perfino nella scrittura di romanzi thriller (le cui eroine ricalcavano, non a caso, figure femminili audaci e intrepide). Non si sposò mai e negli anni successivi servì come segretaria di un comitato per il dialogo ebraico-arabo, auspicando una convivenza pacifica in Palestina.
Witold Pilecki: l’uomo che entrò volontario ad Auschwitz
Witold Pilecki era, invece, un ufficiale di cavalleria dell’esercito polacco e durante la Seconda Guerra Mondiale compì una delle missioni clandestine più audaci in assoluto: si fece volontariamente imprigionare ad Auschwitz pur di raccogliere prove sull’orrore che vi si consumava e organizzare un movimento interno di resistenza. Nato nel 1901 da una famiglia nobile polacca, Pilecki all’epoca dell’invasione tedesca del 1939 aveva moglie e due figli e conduceva una vita agiata di campagna. Quando la Polonia fu invasa e occupata dai nazisti (a ovest) e dai sovietici (a est), entrò nella resistenza clandestina polacca. Nel 1940, di fronte alle terribili notizie sulle persecuzioni naziste, concepì un piano temerario: infiltrarsi nel nuovo campo di concentramento istituito dai tedeschi ad Auschwitz fingendosi un prigioniero qualsiasi. Così il 19 settembre 1940 si fece deliberatamente arrestare durante un rastrellamento della Gestapo a Varsavia, in modo da essere incluso due giorni dopo nel convoglio di deportati diretto al campo.
Non appena varcò i cancelli di Auschwitz, Pilecki si rese conto che la realtà superava i suoi incubi peggiori. Appena sceso dal treno piombato, lui e gli altri prigionieri furono accolti a colpi di bastone dalle SS. I tedeschi ne uccisero subito una decina a caso come monito. Tutti furono derubati degli averi, rasati e marchiati con un numero. Pilecki divenne il detenuto 4859. Iniziò così per lui un calvario di due anni e mezzo all’Inferno. La vita quotidiana nel campo significava fame continua, lavori massacranti, sevizie arbitrarie e malattie. I detenuti deperiti erano tormentati da pidocchi e cimici; epidemie di tifo decimavano la popolazione carceraria. Gli stessi prigionieri, ridotti allo stremo, a volte si rubavano il tozzo di pane l’un l’altro o, disperati, si gettavano contro il filo spinato ad alta tensione per farla finita. Eppure, in quello scenario infernale, Pilecki non dimenticò la sua missione. Fin dai primi mesi iniziò a contattare segretamente altri detenuti, specialmente ex militari o membri della resistenza che conosceva da fuori, per creare un nucleo clandestino di opposizione interna.

Witold Pilecki
Col tempo la rete crebbe: inizialmente erano in pochi, ma entro la fine del 1942 l’“esercito segreto” di Pilecki contava quasi un migliaio di membri all’interno del lager. Incredibilmente, nonostante le torture, le spie e la fame, il gruppo restò coeso: nessuno dei congiurati tradì gli altri, a parte un singolo incidente con un infiltrato della Gestapo che fu scoperto e neutralizzato. Attraverso questa organizzazione clandestina, Pilecki e i suoi uomini cercavano di alleviare le sofferenze dei compagni: con piccoli furti distribuivano cibo extra e vestiti caldi ai più bisognosi, sabotavano dove possibile i piani nazisti, nascondevano i malati a rischio di esecuzione e diffondevano notizie segrete dal mondo esterno per tenere alto il morale.
Parallelamente, Pilecki iniziò a inviare messaggi all’esterno per informare il comando della Resistenza polacca, e quindi gli Alleati, di quanto avveniva ad Auschwitz. Già dall’ottobre 1940 il suo gruppo riuscì a far uscire il primo rapporto dettagliato sulle condizioni nel campo. Nel messaggio Pilecki implorava gli Alleati di bombardare Auschwitz e porre fine a quell’orrore, anche a costo di uccidere lui stesso e tutti i prigionieri, perché quella sarebbe stata comunque una morte più misericordiosa di quanto stavano subendo. Tutto ciò non avvenne, ma dopo questo primo messaggio, Pilecki continuò a far filtrare all’esterno rapporti sempre più allarmanti, man mano che la “soluzione finale” nazista prendeva forma.
Col passare dei mesi, divenne chiaro al capitano che nessun aiuto esterno sarebbe arrivato e che un’eventuale rivolta interna sarebbe stata un suicidio collettivo senza un supporto militare dall’esterno. Così maturò una decisione quasi impensabile: tentare la fuga da Auschwitz per poter personalmente informare la Resistenza e gli Alleati di persona. Nelle prime ore del 27 aprile 1943, approfittando di un incarico notturno al forno del campo vicino al perimetro, riuscì ad eludere la sorveglianza insieme ad altri due compagni detenuti. Tagliata la linea telefonica e forzata una porta secondaria, i tre scapparono all’esterno sotto il naso delle torrette di guardia, lanciandosi poi nei boschi circostanti prima che scattasse l’allarme. Attraverso mille peripezie, Pilecki raggiunse Varsavia, dove poté riabbracciare brevemente la sua famiglia dopo anni.
Quando il Terzo Reich cadde nel maggio 1945, Pilecki rimase fedele all’ideale di una Polonia libera, diventando un oppositore del regime sovietico. Nel 1947 Pilecki fu arrestato dalla polizia segreta stalinista con l’accusa pretestuosa di spionaggio e preparazione di attentati. L’anno seguente fu sottoposto a un processo farsa a porte chiuse: il tribunale del regime lo condannò a morte come “traditore della patria”. Il 25 maggio 1948 Witold Pilecki fu giustiziato con un colpo alla nuca in una prigione di Varsavia. Per decenni, sotto il regime comunista, ai figli di Pilecki fu insegnato a scuola che il padre era un traditore, e perfino ricordarlo in casa era pericoloso. Solo dopo il crollo del comunismo, nel 1989, la verità poté emergere. I suoi rapporti originali su Auschwitz, rimasti sepolti negli archivi per mezzo secolo, tornarono alla luce negli anni ’90.
Al prossimo Debrief,
Sacha e Luigi
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