Sotto copertura dentro la jihad, sei mesi tra i terroristi durante il Bataclan

Come un giornalista francese, infiltrato tra gli jihadisti del Daesh, ha svelato l'esistenza di una cellula pronta a colpire ancora.

Ieri, 13 novembre, è stato il decimo anniversario di uno degli attentati più sanguinosi della storia recente d’Europa. Quella sera, una serie di attacchi coordinati colpirono il cuore di Parigi: gli spari nei caffè e nei ristoranti, le esplosioni allo Stade de France, e soprattutto il massacro al Bataclan, dove 90 persone vennero uccise durante un concerto. Quella notte, complessivamente, morirono 130 persone e ne rimasero ferite 416.

Dieci mesi prima, il 7 gennaio 2015, era stata colpita la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo, in un attacco in cui morirono 20 persone. In Francia e in Europa si diffuse la paura di un nemico interno: cittadini europei che si radicalizzavano nel silenzio delle loro camere o delle chat criptate, pronti a morire e a uccidere in nome del Daesh, l’autoproclamato stato di matrice islamista.

Nel maggio del 2016 andò in onda su Canal+ un’inchiesta giornalistica destinata a lasciare il segno: Les Soldats d’Allah. Un documentario undercover senza precedenti, in cui un giornalista francese riuscì a infiltrarsi per sei mesi all’interno di una cellula jihadista con legami diretti con i vertici dello Stato Islamico in Siria. Il gruppo era pronto a colpire, stava progettando infatti un attentato sul suolo francese: questa volta davanti alla cattedrale di Notre-Dame.

Ma Les Soldats d’Allah è anche e soprattutto la storia di un’infiltrazione giornalistica incredibile, in cui per raccontare tutto questo il reporter ha usato più identità, ha rischiato la vita e da allora vive nell’anonimato. 

Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.

Lettera per un massacro: la prova dell’Emiro Invisibile

Dicembre 2015, Parigi. Abou Hamza ha circa trent’anni, è un ragazzo francese di seconda generazione, musulmano, mediamente religioso, cresciuto in una famiglia di origini nord africane nella provicinia di Parigi. Un giorno riceve un messaggio. A inviarglielo è un certo Abou Souleyman, un suo coetaneo che ha conosciuto online alcune settimane prima. Gli ha raccontato che era stato a Raqqa, in Siria, in quella che in quel momento era considerata la capitale del Daesh, l’autoproclamato stato islamista, ma che da qualche mese era rientrato a Parigi. 

Souleyman si fa chiamare “l’emiro invisibile”. Nel messaggio dice ad Hamza che vuole incontrarlo di persona e gli dà appuntamento alla stazione ferroviaria di Saint Denis. Quando Hamza arriva inizia a guardarsi attorno ma non riesce a trovare nessuno che assomigli alle poche foto che ha visto di Souleyman. Però gli si avvicina una ragazza minuta che indossa un niqab nero, da cui spunta solo un viso molto giovane; tra le mani ha una busta gialla, quella dei plichi postali. Gliela consegna e poi va via.

La consegna della lettera alla stazione | Canal +

Nella busta c’è una lettera, è scritta a mano con un inchiostro nero e una grafia arrotondata su carta a quadretti. Ma il suo contenuto è agghiacciante. Nella lettera Abou Hamza trova le istruzioni per un’operazione che deve essere condotta in Francia. A scriverla è Souleyman: vuole che venga fatto un attentato in un night club a Parigi, deve avvenire in un posto popolare pieno di “miscredenti disgustosi e cattivi”; lì dovranno esserci uno o due attentatori suicidi che si faranno esplodere al suo interno, mentre gli altri dovranno aspettare fuori in attesa di ammazzare il resto di quella “carne impura”, si dovranno nascondere finché non arrivano la polizia e i militari e a quel punto dovranno colpire anche loro. Sarà una mattanza. 

Il contenuto della busta gialla | Canal+

Secondo le istruzioni, Hamza deve leggere questa lettera e poi distruggerla e infine riferire il contenuto a un altro ragazzo, più giovane, di nome Abou Oussama, che Hamza già conosce da qualche mese. Quando Hamza incontra Oussama per raccontargli tutto, il ragazzo completa le sue frasi e annuisce. A quel punto Hamza capisce tutto: era un test per verificare la sua affidabilità, e la buona notizia è che lo ha appena superato. Ma la cattiva è che al tempo stesso questa affidabilità potrebbe rivelarsi un grandissimo problema. Perché Abou Hamza non è affatto un terrorista, ma un giornalista investigativo. Da diversi mesi si è infiltrato in questa cellula terroristica e sta riprendendo tutto con una telecamera nascosta.

Dentro la cellula: sei mesi tra i Soldati di Allah

Questa storia comincia quasi un anno prima, il 7 gennaio 2015, con l’attacco a Charlie Hebdo. È in quel momento che il reporter decide di capire come sia possibile che ragazzi francesi si radicalizzino fino a morire in nome di un fanatismo religioso che con l’islam c’entra poco. Inizia così a frequentare per settimane alcune moschee salafite considerate dai media e dai servizi di intelligence come “ambienti a rischio radicalizzazione”. Ma nelle settimane trascorse a pregare scopre tutt’altro: le persone che incontra lo mettono in guardia dal Daesh, visto come una setta, e considerano i jihadisti degli eretici violenti.

A quel punto il giornalista apre un profilo Facebook sotto l’alias di Abou Hamza, entra in gruppi come “Un livre qui guide et une épée qui secourt” (“Un libro che guida e una spada che soccorre”) e “Les lions du tawhid” (“I leoni del tawhid”; il tawhid è il principio dell’unicità di Dio nell’islam, ndr), viene aggiunto da diversi account e, da lì, viene invitato su un gruppo Telegram. L’app era appena esplosa in popolarità nel mondo jihadista, apprezzata per la sua sicurezza e per il fatto che secondo le leggi francesi fosse molto complesso per le unità antiterrorismo infiltrare le chat e portarle allo scoperto. 

I membri della cellula, che si fanno chiamare “Les Soldats d’Allah” (I soldati di Allah),  invitano Hamza a conoscersi di persona. In macchina ascoltano i canti di guerra del Daesh. Quando si riuniscono guardano video di propaganda, decapitazioni, tutorial per costruire ordigni artigianali. Il gruppo è giovane, ma molti sono già noti alla polizia: fra loro c’è anche Abou Oussama, il loro giovanissimo leader, con precedenti per terrorismo e in quel momento sotto sorveglianza.

Abou Oussama con alcuni membri dei “soldati di Allah” | Canal+

Oussama ha appena vent’anni e una storia personale caotica. Di madre francese e padre turco, i suoi genitori sono separati. A 14 anni si avvicina al satanismo. A 16 tenta di entrare nell’esercito, ma viene scartato per un problema alla vista. Da lì precipita in una spirale depressiva fatta di alcool e solitudine, fino all’incontro con l’islam radicale, a cui arriva, come rivela lui stesso, paradossalmente attraverso un video complottista dell’estrema destra evangelica americana. Secondo il padre, la ferita originaria è stata proprio quel rifiuto da parte dell’esercito: Oussama si è sentito scartato dalla Francia, considerato né francese né turco, praticamente un reietto. 

Nel 2014 il padre lo segnala alla polizia temendo che parta per la Siria. E infatti, poco dopo, Oussama prova a farlo: prende un volo da Lione alla Turchia per arruolarsi con il Daesh, ma le autorità turche allertate dai francesi lo respingono. Lui dichiara alla polizia di voler essere un martire. Le autorità francesi definiscono Oussama “fragile, distaccato dalla realtà, potenzialmente pericoloso”. A febbraio 2015 viene arrestato e incarcerato a Fresnes, dove incontra altri islamisti e si radicalizza ancora di più. Dopo cinque mesi convince gli agenti che la sua fede estremista è scemata: viene rilasciato e messo sotto sorveglianza. 

Oussama dice: “Voglio vedere migliaia di francesi morire.” | Canal+

Quando incontra Hamza gli racconta di avere ingannato tutti. È la Taqiyya, la pratica del dissimulare la propria fede per non farsi scoprire. Davanti al padre torna affettuoso, si taglia la barba, passa più tempo in famiglia. Ma in privato sogna ancora la morte da martire. Lo psicologo Fethi Benslama, esperto di radicalizzazione, spiega come persone come Oussama, segnate da depressione e senso di inutilità, percepiscano se stesse come “immondizia” e desiderino riempire quel vuoto con qualcosa di estremo: “La radicalizzazione è una delle possibili vie, un modo per nobilitare un impulso omicida”.

A ottobre 2015 arriva un nuovo membro da Raqqa: Abou Souleyman, appunto, l’emiro invisibile. Oussama prende ordini da lui. I due fanno sul serio. Souleyman, tramite la giovane ragazza in niqab, consegna ad Hamza un primo incarico. Gli viene anche chiesto di andare a Orléans per recuperare delle armi. Il 13 novembre 2015, il giorno del Bataclan, il gruppo esulta per i morti disseminati nei locali e nelle strade della capitale francese. Oussama incita a ripetere Charlie Hebdo e a far scorrere altro sangue. Ma il 27 dicembre 2015, alle cinque del mattino, la polizia irrompe in casa di Oussama e lo arresta. In poco tempo anche gli altri membri della cellula vengono fermati.

Souleyman allora tenta un rilancio: dà appuntamento a Hamza in una scuola islamica per consegnargli una seconda lettera, sempre tramite la stessa ragazza della stazione di Saint Denis. Nella missiva si legge che ormai sono rimasti solo loro due; se trovano nuove armi, una donna preparerà cinture esplosive e colpiranno luoghi diversi. Il giornalista cerca anche di spostarsi su un’altra rete radicale, ma la voce dell’operazione di polizia e di un possibile informatore si è già diffusa negli ambienti jihadisti. Uno dei membri della chat è sempre più sospettoso: vuole perquisire Hamza al prossimo incontro. Gli scrive: “T’es cuit, mec” – “Sei fritto (bruciato), amico”. Dopo sei mesi, l’infiltrazione finisce così. È troppo pericoloso continuare. Ma l’inchiesta è tutt’altro che conclusa.

Quattro anni dopo l’emiro getta la maschera

Anche la polizia è sulle tracce di Abou Souleyman. Sanno che vuole colpire di nuovo e vogliono catturarlo prima che riesca a mettere in piedi un nuovo attacco. L’intelligence ha prove del fatto che Souleyman stia costruendo un secondo gruppo: questa volta composto solo da donne. È un’azione senza precedenti in Francia.

Come raccontato nella seconda puntata di questa inchiesta, andata in onda il 15 marzo 2020 sempre su Canal+, Hamza, ormai palesandosi come giornalista, riesce a contattare una di loro, Farah. Anche lei si era radicalizzata sui social, anche lei aveva cercato di partire per la Siria, e Souleyman la stava aiutando. Come lei, decine di ragazze vengono contattate da questo presunto emiro carismatico che appare ovunque ma non si mostra mai davvero.

La polizia individua il gruppo a Parigi. I militari però si sorprendono quando scoprono che Souleyman manda proprio la ragazza che ha consegnato le lettere ad Hamza a incontrare due islamisti di Bruxelles. La seguono nei sobborghi parigini: si chiama Inès Madani, ha 19 anni, occhi castani, e ha già tentato più volte di andare in Siria. La polizia antiterrorismo la conosce bene. Ma di Souleyman, nessuna traccia.

Inès Madani all’incontro con gli islamisti di Bruxelles | Canal+

Quando gli investigatori interrogano le donne del nuovo gruppo, Farah ricorda un dettaglio che fino a quel momento nessuno aveva considerato: “Aveva una voce delicata, non sembrava la voce di un uomo”. La polizia allora capisce: Abou Souleyman non esiste. Dietro l’emiro invisibile, dietro il presunto veterano di Raqqa capace di muovere cellule jihadiste a distanza, dietro quella figura quasi mitica che sembrava sfuggire all’intelligence da un anno, c’è Inès Madani, una ragazza di 19 anni che ha manipolato tutti: la polizia, le aspiranti jihadiste e persino i terroristi uomini.

Inès cresce in una famiglia numerosa, ha cinque sorelle, in un ambiente non particolarmente religioso. Alcune delle sue sorelle non indossano il velo, alcune bevono alcolici. Anche lei lo fa per un periodo, ma poi inizia a convincersi che quello stile di vita la porterà all’inferno. Va male a scuola, si isola, passa sempre più tempo chiusa nella sua stanza. Le sorelle la descrivono come assente, depressa, quasi una hikikomori. Cerca una forma di redenzione e la trova nella propaganda del Daesh, sempre davanti allo schermo del suo computer.

Il fascicolo su Inès Madani | Canal+

Ma come ha fatto una ragazza così giovane a diventare così pericolosa? Nel 2016 la polizia scopre chi ha ispirato il piano di Inès: Rachid Kassim, un francese diventato emiro del Daesh in Siria. Era arrivato a Raqqa relativamente tardi, nella primavera del 2015, tra gli attentati di Charlie Hebdo e del Bataclan, ma era diventato subito uno dei principali istigatori di attacchi in patria. Aveva reclutato online decine di persone, le manipolava, diffondeva una guida per i “lupi solitari”: incitava a lanciarsi contro la folla con un’auto, come accadrà poi a Nizza il 14 luglio 2016; a colpire a coltellate, come a Magnanville; a incendiare veicoli caricati di bombole di gas, proprio come l’attentato che Inès stava per compiere.

La guida per gli attentati divulgata da Kassim | Canal+

La polizia la sorveglia da vicino, ma Inès ha bisogno di aiuto: tutti i membri della sua cellula sono stati arrestati. Così, sempre nei panni di Abou Souleyman, seduce una donna, Ornella. La convince a lasciare il marito, le ripete che merita di meglio, che suo marito non è un buon musulmano. Le due si scambiano migliaia di messaggi e si incontrano per “sposarsi”.

Quando Ornella vede Inès di persona, lei le dice di essere la sorella di Souleyman e che lui è detenuto. Come prova d’amore, dice, Ornella deve partecipare a un attentato. Partono in macchina, quella del padre di Inès, caricata di bombole di gas propano. Lei non ha la patente, ma guida comunque. Passano dalla Tour Eiffel, ma non c’è la folla che cercavano. Succede più volte: girano la città in cerca di un obiettivo e riescono a non dare nell’occhio.

Il 3 settembre 2016 si fermano davanti alla cattedrale di Notre-Dame. È una zona turistica, c’è molta gente. Spargono benzina e carburante sull’auto, accendono una sigaretta e la gettano per scatenare l’esplosione. Girano l’angolo in attesa del botto. Non succede nulla. Tornano indietro, ma c’è troppa gente. A quel punto scappano. 

L’auto bomba dello scampato attentato | Canal+

Il giorno dopo Inès è la donna più ricercata di Francia, mentre Ornella viene arrestata. Inès resta in contatto con Rachid Kassim, che la spinge a compiere qualsiasi tipo di attacco: accoltellamenti, aggressioni, qualunque cosa possa terrorizzare la Francia. Un agente in borghese la individua fuori da un complesso residenziale. Vede tre donne velate. Due si allontanano. La terza gli si avvicina all’improvviso e lo pugnala al collo. Il poliziotto estrae la pistola, barcolla, la insegue. Inès, braccata, gli chiede di ucciderla. Lui le spara ma senza finirla. Gli altri agenti intervengono e la arrestano.

Quella ragazza di 19 anni aveva ingannato tutti: polizia, intelligence e aspiranti jihadisti. Travestita da uomo, da emiro, aveva pianificato una serie di attacchi ed era arrivata vicinissima a una strage davanti a Notre-Dame. Inès Madani, alias Abou Souleyman, viene condannata a trent’anni di carcere. Abou Oussama, l’altro “emiro” caduto nella sua rete, viene condannato a dieci anni. Rachid Kassim muore in Iraq nel 2017.

Intanto però la vera identità del giornalista, alias Abou Hamza, continua a circolare nelle reti jihadiste. Nell’inchiesta andata in onda su Canal+ nel 2016, il giornalista si è firmato con lo pseudonimo di Saïd Ramzi, mentre nel libro, pubblicato nel 2020 con la giornalista Sophie Blandinières, “Les Soldats d’Allah – Infiltré au cœur des cellules djihadistes” (Ed. Robert Laffont, 2020), si è firmato con un altro pseudonimo, quello di Ali Watani.

Abbiamo provato a cercarlo per intervistarlo per questa newsletter, ma non abbiamo avuto successo. La ragione è facilmente comprensibile: alcuni terroristi rientrati dalla Siria hanno progettato, sin dall’uscita della prima parte dell’inchiesta nel 2016, di ucciderlo. Sulla sua testa c’è ancora oggi una taglia che chiunque potrebbe incassare e per questo motivo il reporter non ha mai rivelato il suo vero nome. A volte per raccontare una storia si può rimanere vittima delle sue conseguenze. E non esiste modo semplice per uscirne.

Al prossimo Debrief,

Sacha e Luigi

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