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Travestiti per uccidere: la storia dei Mustaʿribīn, i soldati israeliani camuffati da palestinesi
La guerra segreta di Israele tra travestimenti, infiltrazioni e violazioni del diritto internazionale, che ispira anche il cinema.

Mentre i membri degli equipaggi della Global Sumud Flottilla sono in carcere in Israele, nella Striscia di Gaza il genocidio continua come se nulla fosse. Le cronache dei raid quotidiani, delle uccisioni mirate, delle incursioni negli ospedali e nei campi profughi rischiano di passare sotto silenzio, sommerse dal rumore di fondo delle dichiarazioni dei politici e delle manovre della diplomazia.
Perciò in questo numero vogliamo spostare il focus su una storia che mescola fiction e verità storica, e che affonda le sue radici ben prima del 1948, anno della nascita dello Stato di Israele. È la storia di un’unità militare che ha fatto del travestimento e dell’inganno la sua arma principale: soldati israeliani che si fingono arabi per infiltrarsi, spiare e uccidere. Una tradizione di operazioni sotto copertura che ha coinvolto direttamente un ex primo ministro israeliano, che ha spesso sconfinato in violazioni del diritto internazionale producendo dei veri e propri crimini di guerra. Ma che poi alla fine è stata resa celebre da una serie tv amata in tutto il mondo.
Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha
In questo numero di Debrief:
“Spring of Youth”
Nella notte tra il 9 e il 10 aprile del 1973 piccoli commando del Sayeret Matkal, reparto d’élite dell’esercito israeliano, lasciarono il porto di Haifa su delle motovedette, si fermarono al largo di Beirut e si prepararono a sbarcare. I militari si stavano recando in Libano per colpire i leader dell’OLP, l’organizzazione per la liberazione della Palestina. Questi erano accusati dai vertici israeliani di aver organizzato e contribuito all’attacco terroristico di Settembre Nero alle Olimpiadi di Monaco del 1972, in cui erano stati uccisi undici atleti israeliani.

Una visualizzazione grafica dell’operazione | Mike Eldar
Ma quell’operazione era tutt’altro che regolare: per riuscire nel loro intento i militari dovevano arrivare sul territorio libanese travestiti da civili palestinesi, e per non dare troppo nell’occhio sarebbe stato preferibile che si muovessero in coppie formate da donne e uomini, apparentemente turisti. L’azione diventerà nota con il nome di “Spring of Youth”, Primavera della gioventù. Diversi soldati si travestirono così da donne e assieme ai loro “amati”, in realtà commilitoni, attraversarono la città in auto a noleggio fino ad arrivare vicino alle abitazioni dei loro obiettivi, che eliminarono senza esitazioni. L’azione durò pochi minuti e provocò alcune vittime collaterali, tra cui due donne. Dopo gli attacchi, i commando si ritirarono e si imbarcarono di nuovo verso Israele. Tra loro, protagonista di uno dei travestimenti, c’era anche il futuro capo di stato maggiore e primo ministro israeliano Ehud Barak, oltre a Yonatan Netanyahu, fratello maggiore dell’attuale presidente, scomparso poi qualche anno più tardi.
Dalle origini coloniali al cuore dell’Intifada
L’idea di travestirsi da arabi per infiltrarsi nelle comunità palestinesi non era un’idea nuova, né così segreta. In arabo esisteva già un termine, Mustaʿribīn, che vuol dire proprio “coloro che vivono tra gli arabi”. Infatti già nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, la forza paramilitare sionista Palmach creò il Platoon arabo (Ha‑Shahar) con l’aiuto dell’esercito britannico. Questo reparto era composto da ebrei sefarditi di madrelingua araba e fu addestrato per infiltrarsi nelle loro comunità con missioni di spionaggio e sabotaggio. Dopo il ritiro britannico e la nascita di Israele, Ha‑Shahar proseguì la sua attività, conducendo operazioni come il tentato avvelenamento dei pozzi nei villaggi palestinesi nel 1948.

Foto di propaganda dell’unità Duvdevan | IDF
Ma fu con l’Intifada degli anni Ottanta che il governo israeliano rilanciò questi metodi. Ehud Barak, nel frattempo diventato capo di stato maggiore, ispirato proprio dall’Operazione Spring of Youth a cui aveva preso parte, decise di creare un’unità di persone che "sembrano arabi, parlano come arabi e vanno in bicicletta nei vicoli di Sichem come se fossero in Dizengoff Street a Tel Aviv." Nacque così nel 1986 Duvdevan (Unità 217), destinata a operare in Cisgiordania. Nel 1991 venne istituita Yamas, reparto della Polizia di Frontiera che integra funzioni di infiltrazione e cecchinaggio nelle aree palestinesi. La polizia israeliana creò inoltre la Gideonim (Unità 33) per interventi segreti in città miste e nel mondo del crimine organizzato, mentre l’esercito schierava unità come Rimon (attiva a Gaza dal 1978 al 2005) e Shimshon (Unità 367).
Addestrati a scomparire: come nascono gli agenti sotto copertura
Entrare nei mustaʿribīn richiede un addestramento psicofisico e culturale che può durare fino a quindici mesi. I candidati seguono prima un corso di fanteria; poi studiano dialetti arabi, usanze locali, imparando a recitare versetti del Corano, a cucinare maqluba e a indossare correttamente il keffiyeh. Una volta operativi, gli agenti agiscono in squadre di 4‑8 uomini travestiti da palestinesi; spesso partecipano a manifestazioni, lanciano pietre o scandiscono slogan per confondersi tra i dimostranti. Al momento concordato estraggono pistole e fucili nascosti sotto abiti larghi e arrestano o uccidono l’obiettivo, provocando il caos. In molte proteste in Cisgiordania, i manifestanti hanno imparato a individuare gli infiltrati osservando se camminano con la maglia infilata nei pantaloni per nascondere le armi.
L’addestramento prevede anche tecniche di sopravvivenza urbana, tiro con silenziatori e reazioni rapide; gli operatori devono saper agire in pochi secondi, confondendo gli avversari e contattando il supporto aereo o terrestre. L’uso di travestimenti include abiti femminili, tute da medico, sedie a rotelle, carrozzine e persino neonati in fasce, tutto per bypassare la vigilanza.
I crimini di guerra dei mustaʿribīn
Negli anni della Prima e della Seconda Intifada, i mustaʿribīn furono impiegati nelle manifestazioni in Cisgiordania. Sotto copertura, lanciavano pietre o incitavano alla violenza per poi arrestare gli attivisti. Ma uno degli aspetti più controversi delle operazioni dei mustaʿribīn sono presto diventate le incursioni nelle strutture sanitarie.
Nel 2015, un reparto travestito da famiglia palestinese entrò nell’ospedale di Hebron: un soldato si finse una donna incinta con una pancia finta, un altro un parente in sedia a rotelle. Giunti nella stanza di un sospetto, lo uccisero a colpi di pistola e arrestarono il cugino, lasciando il cadavere nella stanza.

L’irruzione del commando del 30 gennaio 2024 | Al-Haq
Ancora più eclatante fu il raid del 30 gennaio 2024 nel lbn Sina Hospital di Jenin. All’alba, circa una dozzina di agenti travestiti da medici, infermieri, donne velate e perfino da padre con un bebè entrarono nel reparto di fisioterapia. Secondo il direttore sanitario, i soldati chiedevano indicazioni in perfetto arabo e portavano borse mediche. Raggiunta la stanza 376, aprirono il fuoco con pistole dotate di silenziatori uccidendo Basel e Mohammed Ghazawi e Mohammad Jalamneh, quest’ultimo paralizzato a metà corpo. Non vi fu scambio di colpi: le vittime dormivano e gli agenti si allontanarono rapidamente. La ONG palestinese Al‑Haq ha definito l’episodio un crimine di guerra e un atto vietato dalle leggi internazionali sulla protezione delle strutture sanitarie.
Secondo il centro israeliano per i diritti umani B’Tselem, tra il 2000 e il 2010 gli agenti sotto copertura hanno ucciso 161 palestinesi, tra cui 19 minorenni. Uno degli episodi più discussi è avvenuto nel giugno 2021, quando un’unità infiltrata a Ramallah uccise il 27enne Ahmad Jamil Fahd, che era uscito di casa per acquistare dei dolci. Testimoni dichiararono che i soldati, vestiti da palestinesi, lo ferirono e lo lasciarono sanguinare fino alla morte; per i militari si trattava di un “terrorista” che aiutava fuggitivi, ma la sua famiglia parlò di esecuzione extragiudiziale.
Fauda e la legittimazione dei mustaʿribīn
Le operazioni clandestine dei mustaʿribīn hanno un impatto profondo sulla società palestinese. La tattica di infiltrare proteste e comunità crea un clima di paranoia: i manifestanti temono che il vicino che scaglia una pietra possa essere un agente sotto copertura pronto a sparare. Secondo un’analisi del New Arab, questo metodo non solo disarticola le proteste, ma instilla il sospetto reciproco e logora la coesione sociale. Il continuo rischio di incursioni notturne in abitazioni e ospedali mina la fiducia nelle istituzioni civili e sanitarie.

Il cast di Fauda con l’ex presidente israeliano Reuven Rivlin | Mark Neyman / GPO.
Eppure in Israele, i mustaʿribīn sono spesso descritti dai media come eroi che operano dietro le linee per prevenire attacchi. La serie televisiva “Fauda” – scritta da Lior Raz, un ex soldato mustaʿribīn dell’IDF – è stata trasmessa dal 2015 e esportata in tutto il mondo, ed è incentrata proprio sulla storia di un’unità del genere. La serie ritrae gli agenti come uomini coraggiosi in lotta contro il terrorismo, enfatizzando l’abnegazione e la tensione emotiva del lavoro sotto copertura, ma glissando sulle violazioni dei diritti umani denunciate dalle organizzazioni internazionali. Anzi, la sua popolarità, insieme alla copertura spesso celebrativa della stampa israeliana, ha contribuito a normalizzare l’idea che travestimenti, esecuzioni mirate, inganni e danni collaterali siano strumenti legittimi di offesa.
Al prossimo Debrief,
Sacha e Luigi
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