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La giornalista che Teheran accusa di essere una spia del Mossad
Il caso Catherine Perez‐Shakdam e il confine tra giornalismo e spionaggio, raccontato da Laura Silvia Battaglia.

Uno dei fili che torniamo a intrecciare spesso in Debrief è quello della zona grigia tra giornalismo e spionaggio. Una zona che ha condannato reporter in ogni parte del mondo a vivere sotto sospetto: ci sono “giornalisti” che in realtà lavorano per agenzie di intelligence, spie che si travestono da reporter, e poi “giornalisti giornalisti” che pagano il prezzo di questa doppiezza. L’ambiguità nasce anche da storie come quella di Catherine Perez-Shakdam, una donna che per anni si è presentata come giornalista ma che molti oggi considerano un’agente sot
to copertura.
Per raccontare questa vicenda abbiamo l’onore di ospitare la firma di Laura Silvia Battaglia, che non ha bisogno di grandi presentazioni. È tra le più profonde conoscitrici dello Yemen a livello mondiale: documentarista, reporter internazionale, corrispondente per Rai Radio3, collaboratrice di Avvenire e di testate estere, docente di giornalismo in Italia e all’estero. Il suo lavoro sul campo in contesti di guerra e crisi è un punto di riferimento per chiunque si occupi di Medio Oriente.
Ma per noi di Debrief Laura Silvia non è solo una collega che stimiamo: è parte della nostra storia. Se non fosse stato per lei, probabilmente noi due – Sacha e Luigi – non ci saremmo mai incontrati e non avremmo iniziato a lavorare insieme. Per questo siamo particolarmente orgogliosi di ospitarla qui.
Questo numero è scritto da Laura Silvia Battaglia ed editato da Sacha.
In questo numero di Debrief:
L’ombra delle spie
Questo è uno di quei casi di undercover magistrale con giallo finale. Ma, allo stesso tempo, è la prova provata che spiega perché in molti luoghi del mondo i giornalisti vengano sospettati di essere delle spie professionali che si fingono giornalisti. Un problema annoso, soprattutto in Oriente, dove la zona grigia tra le due professioni viene attraversata correntemente. Al punto tale che non ci fai più caso e la consideri un normale incidente di percorso da cui difenderti.
Nei miei anni a Sana’a, in Yemen, dal 2012 al 2015, nel palazzo dove abitavo risiedevano alcuni americani: ufficialmente nel Paese per imparare la lingua araba. Brandon, Stanley, Zackaria, Brandon II: alcuni militari o ex militari, contractors che avevano la funzione di agenti provocatori per misurare il quoziente di antiamericanismo nella Regione, oppure per infiltrarsi nelle case degli allievi yemeniti che studiavano inglese, carpendo informazioni sulle famiglie e sui villaggi. Altri si dichiaravano ricercatori ma poi son finiti a lavorare per la Cia: uno di loro ci lavorava già e aveva una innata capacità ad apprendere i dialetti delle località più remote, dove si faceva invitare. Non ultimi, c’erano i finti giornalisti: formalmente tali, certo, ma che avevano accettato accordi e lauti compensi per diventare informatori di alcune agenzie. Infine, c’ero io, la giornalista vera che aveva rifiutato queste profferte, e che doveva fare di tutto sia per non essere associata a queste persone che per far comprendere alle fonti che potevano fidarsi davvero.

Un circolo vizioso che diventava faticosa routine quotidiana. Dunque, quando ho letto la storia di Catherine Perez-Shakdam che è stata accusata di essere una spia del Mossad e non una valente giornalista, non mi sono stupita più di tanto. Ma la sua storia, oltre a qualificarla come potenziale regina dell’undercover – o qualsiasi cosa ella sia – pone dei seri problemi che riguardano la contiguità, in questi ambienti, tra giornalisti che scelgono di utilizzare l’undercover come tecnica investigativa, e le spie professionali che la usano per infiltrarsi lì dove sarebbe tecnicamente impossibile.
Il caso Catherine Perez-Shakdam, la donna che ingannò tutti
I siti ufficiali descrivono Catherine Perez-Shakdam come “giornalista, analista politica e commentatrice francese, specializzata in affari islamici e dell'Asia occidentale”. E ancora ci dicono che Shakdam è un “ex consulente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per lo Yemen ed è un'esperta di terrorismo islamico, radicalizzazione e antisemitismo”. Le ultime qualifiche si spiegherebbero con la sua storia personale, che combina varie appartenenze e competenze tra le religioni monoteiste.
Shakdam, infatti, è nata in una famiglia ebrea laica in Francia. Il nonno materno combatté i nazisti durante l'occupazione nazista del Paese, mentre il nonno paterno era un sopravvissuto all'Olocausto. Durante i suoi studi in psicologia prima e finanza e comunicazione poi, presso l'Università di Londra, ha incontrato un musulmano yemenita e in seguito si è convertita all'Islam sunnita. Diventata musulmana sciita, ha divorziato dal marito nel 2014 e ha ottenuto la custodia dei suoi due figli. Si è qualificata come esperta in Islam sciita, scrivendo libri e articoli. Ma dal 2022, Shakdam si identifica come atea ed ebrea, attraverso il blog pubblicato sul quotidiano di Tel Aviv Times of Israel, dove ha rivendicato – senza affermare esplicitamente di appartenere al Mossad – il suo ruolo sotto-copertura, dichiarando che il suo personaggio di musulmana convertita e radicalizzata era stato costruito per infiltrarsi in Iran e in altri Paesi islamici.
In molti in Iran la cercano perché sono abbastanza certi che sia una spia del Mossad. Anzi, pensano che Catherine che sia “la” spia, ossia la causa della fuga di notizie che hanno reso possibile ad Israele penetrare nel complesso sistema della Repubblica Islamica e organizzare omicidi extragiudiziali con precisione nonché bombardamenti su palazzi, abitazioni, uffici, strutture di interesse strategico e militare.
Il tutto nasce dai comportamenti e dalle azioni ambivalenti di Shakdam e dalle accuse del parlamentare iraniano Mostafa Kavakebian che ha dichiarato in un'intervista alla televisione di Stato nel luglio scorso che Shakdam era una spia israeliana che aveva avuto rapporti sessuali con 120 alti funzionari, senza portare alcuna prova a suffragio dell’accusa infamante. (Tanto che Kavakebian verrà incriminato dalla procura di Teheran per “diffusione di notizie false e immorali”.) Intervistata da Iran International, un canale satellitare della diaspora iraniana a Londra, che mostra posizioni apertamente anti-regime, Shakdam ha respinto le accuse: "Non è vero, non è possibile ed è completamente assurdo. Stanno cercando di distruggere la mia reputazione. Ho una notizia per loro: non me ne frega niente. E potete citarmi". Non è chiaro, però, cosa non sia vero per Shakdam: se solo le accuse di avere avuto delle relazioni con alti in grado del regime, oppure il fatto di essere primariamente una spia. Sul fronte israeliano, infatti, Shakdam è già considerata un personaggio mitico, degno dei nuovi episodi di Fauda, la serie di Netflix che condensa parecchio dell’Israele-pensiero sui vicini arabi e sui sacrifici dell’esercito e delle agenzie di intelligence. Il suo mandato viene definito “come una delle operazioni di spionaggio più audaci e sofisticate del XXI secolo: un capolavoro d’inganno”.
Dallo Yemen a Teheran: l’ascesa e la caduta
Ma andiamo con ordine, per capire come Shakdam si sia qualificata con estrema serietà presso gli ambienti yemeniti prima e iraniani poi e come l’accusa di essere l’insider di punta del Mossad possa essere considerata plausibile. Prima di diventare una giornalista a tempo pieno, almeno apparentemente, ha lavorato come consulente per Wikistrat, un ente israeliano geo-strategico, per il quale forniva analisi. Il suo ruolo come consulente si è maggiormente focalizzato sui Paesi islamici di più difficile accesso, a partire dalla sua conversione e dopo il suo divorzio: tra il 2015 e il 2017 è stata affiliata allo Shafqana Institute for Middle East Studies a Londra.
Il periodo yemenita è il più nebuloso riguardo alla sua formazione e alla sua ascesa come giornalista: ma è qui, dove si era trasferita nel 2009 con l’ex marito, che inizia a scrivere per lo Yemen Post e, conoscendo il Paese, è qui che riteniamo sia riuscita ad acquisire quelle competenze che ha mostrato successivamente di possedere, soprattutto in materia religiosa. In particolare, un suo editoriale in cui critica aspramente l’intervento statunitense in Iraq, uscito sul quotidiano Yemen Observer, attira l’interesse nei suoi confronti da parte delle autorità iraniane.

Nel 2017, chiuso il periodo yemenita, sentimentalmente e professionalmente, Shakdam riemerge in Iran, sottolineando la sua piena adesione allo sciismo duodecimano. Ed inizia a scrivere per pubblicazioni pro-regime, come il religiosissimo Khamenei.ir. La porta prima socchiusa, poi spalancata sulle stanze dei pasdaran e degli ayatollah iraniani, è stata conquistata piano piano: Shakdam aveva già scritto per Teheran Times, Irib, Tasnim News, che possono essere considerati gli outlet del regime iraniano in più lingue su cui testare la benevolenza di uno straniero verso Teheran. Da lì, Catherine completa il passaggio a visioni sempre più oltranziste, scrivendo su Mashregh News, un media non propriamente progressista dell’arco politico iraniano.
A corroborare l’ipotesi che sia la sua conversione che il suo impegno nei confronti del regime iraniano fossero genuini, molte istituzioni israeliane quali Memri o si affrettano a denunciare la sua radicalizzazione, senza mai menzionare il fatto che Shakdam fosse ebrea. Di certo, il capolavoro del suo progetto sotto copertura, qualsiasi fosse l’obiettivo, si può considerare la sua capacità di avvicinamento prima alle donne e poi, tramite le donne, agli uomini chiave della Repubblica Islamica: una delle foto più note di Shakdam la ritrae a Karbala, Iraq, nel 2017, insieme a Zainab Mughniyeh e Zainab Soleimani, la figlia del grande generale e agente segreto iraniano Qasem Soleimani, dal 1988 comandante delle Brigate Niru-ye Quds, poi ucciso dagli americani a Baghdad il 3 gennaio 2020 e onorato come martire e quasi divinità in patria.
La revolving door per entrare nelle stanze del potere della Repubblica Islamica è l’incontro con l'allora candidato alla presidenza Ebrahim Raisi. Shakdam si qualifica con la televisione russa RT (Russia Today) e accompagna Raisi nel suo viaggio a Rasht sul Mar Caspio. Qui ha un colloquio esclusivo con lui. Shakdam rassicura ulteriormente il pubblico dei lettori sulla bontà delle intenzioni che la guidano, sostenendo che le autorità iraniane si fidino di lei per via della sua nazionalità francese e del suo matrimonio con un musulmano. Diffonde la narrativa secondo cui sarebbe stata invitata in Iran da una delle personalità più importanti della rivoluzione che aveva studiato negli Stati Uniti. E la narrativa ha successo: soprattutto la televisione di Stato iraniana ha bisogno – e sembra essere particolarmente orgogliosa – di ospitare nei talk show e sui suoi canali e organi di informazione una donna occidentale, convertita, pia, religiosa, competente, molto conservatrice ed estremamente critica delle politiche statunitensi in Medio Oriente. Da Raisi a Soleimani fino a Khamenei, il passo non è breve ma avviene. Le capacità di interazione sociale e la qualità della sua scrittura, per cui è stata spesso definita “charming” da chi l’ha conosciuta, le consentono accessi e fiducia che l’avrebbero portata a scrivere sul media che porta il nome della Guida Suprema. Oggi, l’imbarazzo del regime iraniano ha portato alla cancellazione di tutte le pagine e i contenuti a sua firma, essendo per Teheran insostenibile l’idea di avere creato una breccia così profonda dentro il proprio sistema. Tutto questo, nonostante le accuse contro di lei da parte del parlamentare Kavakebian siano state oggetto, oltre che di critiche feroci sui giornali, anche di accuse legali di “disturbo dell’opinione pubblica” da parte del pubblico ministero di Teheran, e mentre iniziava a ciroclare sempre più insistentemente dopo la guerra dei 12 giorni tra Iran e Israele (giugno 2025).
Spia o giornalista? Una lezione da manuale
L’incredibile capacità di agire undercover, inventandosi (secondo quanto lei stessa dichiara) un personaggio credibile e plausibile che le abbia consentito di “walking into the belly of Beast” (camminare nel ventre del mostro, ndr), pone una serie di domande sia a favore che a sfavore dell’ipotesi che questa donna sia un agente del Mossad, oppure una formidabile (e piuttosto eclettica e controversa) giornalista.
A suffragio della prima ipotesi, ci sono una serie di operazioni, dall’uccisione del generale Suleimani agli omicidi extragiudiziali mirati dei pasdaran e degli scienziati iraniani, nonché delle dirigenze delle milizie locali, pianificati da Israele e dagli Stati Uniti tra il 2017 e il 2025 sul suolo dei Paesi dell’Asse della Resistenza (Libano, Iraq, Siria, Yemen, Iran): ci sono parecchie coincidenze che possono far pensare al suo ruolo fondamentale di informatore, su aspetti logistici ma anche programmatici, tra i suoi accessi alle più alte figure della Repubblica Islamica fino alle operazioni citate. A suffragio della seconda ipotesi, per contro, ci sono le sue dichiarazioni e la riflessione che, mantenere una doppia vita, una doppia morale, una doppia appartenenza religiosa, culturale, politica, e per così tanti anni (quasi venti) possa essere davvero troppo, anche per un agente del Mossad. In entrambi i casi, è una lezione da manuale. Sicuramente inarrivabile e ancora (abbastanza) incomprensibile.
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