Tutte le telecamere nascoste di Jeffrey Epstein

Perché ogni abitazione di Epstein era cablata con telecamere (spesso nascoste) in ogni stanza, incluse le camere da letto e i bagni? E perché un governo straniero gestiva la sorveglianza in un palazzo dove vivevano le vittime di Epstein?

Il 5 febbraio 2014, Jeffrey Epstein scrisse al suo pilota personale Larry Visoski un'email concisa: "Procuriamoci tre telecamere nascoste con sensore di movimento, che registrino, grazie." Cinque ore dopo, Visoski rispose: "Jeffrey, ne ho già comprate due ieri allo Spy Store di Fort Lauderdale con sensore di movimento… È incredibile quanto siano piccole, delle dimensioni di una chiavetta USB, 64 ore di registrazione, sensore di movimento. Le sto installando nelle scatole di Kleenex adesso."

Questo scambio di  email è piuttosto esplicito. È la conferma di qualcosa che le vittime di Epstein denunciavano da quasi trent'anni e che le istituzioni facevano finta di non voler vedere. Jeffrey Epstein gestiva un sistema di sorveglianza nascosto nelle sue proprietà, progettato appositamente per filmare gli ospiti nei momenti più intimi, senza che ne fossero a conoscenza.

Quello che i documenti rilasciati nel 2026 stanno permettendo di ricostruire è qualcosa di più ampio e più organizzato di quanto chiunque avesse ammesso ufficialmente. Un'infrastruttura di sorveglianza distribuita su più proprietà, con telecamere miniaturizzate camuffate in oggetti domestici, una sala di monitoraggio con accesso segreto, un archivio fisico di CD e hard drive ordinato come un magazzino di prove. In tutto ciò, c’era almeno un governo straniero che, in parallelo, gestiva il proprio sistema di sicurezza nello stesso edificio in cui Epstein ospitava le sue vittime.

Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.

Le scatole di Kleenex e lo Spy Store di Fort Lauderdale

Il negozio si chiama RNMC, si trova su West Oakland Park Boulevard a Fort Lauderdale, in Florida, e il cartello fuori dalla porta recita "SpyShops Security Superstore"." Gli estratti conto della carta American Express di Epstein, ottenuti dal Telegraph, confermano due acquisti presso RNMC il 4 febbraio 2014, per un totale superiore a mille dollari (quindi attrezzatura professionale), il giorno prima che Visoski comunicasse di averle già acquistate.

Le telecamere che Visoski descriveva, delle dimensioni di una chiavetta USB, con registrazione fino a 64 ore e sensore di movimento, erano destinate, stando al contesto dell'email, alla villa di 358 El Brillo Way, Palm Beach, Florida, dove Epstein aveva la sua residenza principale. Visoski, che abitava a Fort Lauderdale, si offriva di portarle personalmente "più tardi quel giorno".

La stessa mattina di quell'email, un mittente la cui identità è stata oscurata dai censori del DOJ aveva scritto a Epstein: "Ricordati di quello di cui abbiamo parlato se vuoi mettere le telecamere in casa. Dovrà essere fatto con molta discrezione. I russi potrebbero tornare utili." Non vi sono ulteriori riferimenti ai "russi" nella corrispondenza relativa alle telecamere. Ma il contesto di quella frase non è mai stato chiarito.

Un frame tratto da un video di sorveglianza nella sua casa in Florida

Un'altra email, stavolta del 2012 (documento EFTA01840141), mostra Epstein che chiede a un collaboratore di nome Scott Denett "per mercoledì puoi suggerirmi delle telecamere di videosorveglianza controllabili via internet?".

Quello che rende questa storia particolarmente significativa è che nessuno abbia mai ritenuto necessario chiedere a cosa servissero quelle telecamere nascoste, nonostante le vittime lo sapevano e lo denunciavano da decenni.

La stanza segreta al piano terra di Manhattan

La townhouse di 9 East 71st Street, nell'Upper East Side di Manhattan, è un palazzo di sette piani, quaranta stanze, circa 1.750 metri quadri. Les Wexner, il miliardario fondatore di L Brands, l'aveva acquistata nel 1989 per 13,2 milioni di dollari, all'epoca la cifra più alta mai registrata per una vendita privata a Manhattan. Epstein ne prese possesso intorno al 1995 e la usò come residenza principale e come hub operativo fino al suo arresto.

Al piano terra, sul lato destro della facciata, c'era uno stanzino che non risultava in nessuna planimetria: una sala di sorveglianza con su un cartello: "Videosorveglianza 24 ore su 24."

Maria Farmer, che nel 1996 lavorò come "doorwoman" nella residenza e fu una delle prime accusatrici di Epstein, lo denunciò alla polizia di New York e all'FBI ad agosto di quell'anno, quando aveva 26 anni, e descrisse la stanza in un'intervista a CBS News del novembre 2019. Ricordò che Epstein, appena entrata nel palazzo, le mostrò personalmente la sala: "C’era una porta che sembrava invisibile, con tutta quella pietra calcarea e tutto il resto. La spingi e entri." Dentro, dei vecchi monitor impilati in un mobiletto, con degli uomini che li guardavano attivamente. Farmer raccontò di essersi avvicinata agli schermi e di aver visto: "bagno, bagno, letto, letto, bagno, letto. Ho pensato: 'Non userò mai il bagno qui e non dormirò mai qui.'" Erano le immagini live dei bagni e delle camere da letto del palazzo. 

Una delle telecamere nella sua casa di New York

Fotografie del DOJ scattate durante il raid del 2019, esaminate dal New York Times nell'agosto 2025, mostrarono almeno una telecamera montata in un angolo sopra il letto di Epstein, una seconda nascosta nelle modanature di una stanza adiacente e una terza vicino a una serie di bagni allo stesso piano. La contraddizione con la versione ufficiale dell'FBI è radicale: un'email interna dell'agenzia federale (documento EFTA00164742) afferma che "non sono state trovate telecamere all’interno di camere da letto o aree abitative di nessuna delle due residenze", il che o è una menzogna, o sarebbe addirittura la prova che qualcuno ha rimosso le telecamere prima che arrivassero gli agenti.

Il contenuto della cassaforte: CD etichettati e diamanti

Il raid nell'abitazione di Manhattan fu condotto il 6 e 7 luglio 2019, dall'agente speciale Kelly Maguire della Child Exploitation and Human Trafficking Task Force. Durò circa dodici ore.

Al quinto piano, in un armadio di uno spogliatoio, gli agenti trovarono una cassaforte chiusa a chiave. Non avevano gli strumenti per aprirla. Maguire avrebbe testimoniato al processo Maxwell, il 6 dicembre 2021: "Abbiamo portato un seghetto." Dentro la cassaforte c’erano hard drive, CD, raccoglitori di CD, 48 diamanti sciolti (uno da 2,38 carati), un anello con diamante, circa 70.000 dollari in contanti e più passaporti, tra cui uno con la foto di Epstein ma con un nome diverso, emesso da un paese straniero.

Su uno scaffale dello stesso armadio, i raccoglitori neri con etichette bianche, pagine trasparenti con foto in miniatura e CD allegati, riportavano scritte a mano come "Young [Nome] + [Nome]", "Misc nudes 1", "Girl pics nude". In un ufficio al piano terra, dentro un contenitore di plastica nascosto sotto una libreria, altri hard drive. In un altro armadio, scatole di CD con nastro adesivo giallo da prove forensi, come se alcuni di quei materiali fossero già stati gestiti come evidenze in un precedente caso.

Il totale sequestrato ammontava a oltre 40 computer, 26 hard drive, 70 CD, 6 dispositivi di registrazione, per un totale di circa 300 gigabyte di dati, e tra questi, migliaia di fotografie di giovani donne, in parte o totalmente nude, almeno una delle quali minorenne, confermata.

La cassaforte, però, aveva già subito una prima visita degli agenti, che non erano riusciti ad aprirla: l'avevano fotografata e lasciata lì. Quando tornarono con un mandato più ampio, gli oggetti erano spariti. L'avvocato di Epstein, Richard Kahn, si presentò nell'ufficio di Maguire poco dopo "con due valigie" contenenti gli stessi materiali, che sostenne di aver recuperato legalmente. Gli agenti confermarono che corrispondevano alle fotografie originali, ma nel frattempo erano finiti nelle mani di chi aveva tutto l'interesse a selezionare cosa consegnare.

Virginia Giuffrè, la principale accusatrice di Epstein, morta il 25 aprile 2025, era convinta che Epstein conservasse video che riguardavano altri uomini. La sua co-autrice Amy Wallace dichiarò a CBS News: "Non si limitava a crederlo; lo sapeva." 

Il sistema di sorveglianza israeliano al 301 East 66th Street

Il 18 febbraio 2026, Drop Site News ha pubblicato una storia che fino a quel momento era rimasta completamente sepolta nei 3,5 milioni di pagine rilasciate il 30 gennaio dal titolo"Il governo israeliano ha installato e gestito il sistema di sicurezza nell'appartamento di Epstein."

Il palazzo è il 301 East 66th Street, un condominio postbellico di sedici piani nell'Upper East Side, tra la Prima e la Seconda Avenue. Formalmente appartiene a una società chiamata Ossa Properties, riconducibile al fratello di Jeffrey, Mark Epstein, che l'acquisì negli anni Novanta da Les Wexner. Oltre 150 dei circa 200 appartamenti erano controllati tramite LLC riconducibili agli Epstein. Nella rubrica personale di Jeffrey Epstein, alcune unità erano annotate come "Appartamenti per modelle."

In questo edificio il governo israeliano ha installato e gestito per almeno due anni un sistema di sicurezza con controllo remoto. Non in un appartamento qualsiasi: nell'appartamento abitato regolarmente dall'ex primo ministro israeliano Ehud Barak, che vi soggiornava senza pagare l'affitto.

La prova è nel documento EFTA00331291, un'email del 15 gennaio 2016 tra Nili Priell, moglie di Barak, e Lesley Groff, l'assistente di Epstein il cui nome compare oltre 150.000 volte nei file del DOJ. Priell scrive: "Possono disattivare il sistema da remoto, prima che qualcuno debba entrare nell’appartamento. L’unica cosa da fare è chiamare Rafi al consolato e fargli sapere chi entra e quando, e lui lo disattiverà per il tempo necessario."

Rafi è Rafi Shlomo, all'epoca direttore dei servizi di protezione presso la missione permanente israeliana alle Nazioni Unite e responsabile della scorta personale di Barak. Era lui il referente operativo del sistema. Lui stesso disattivava l'allarme da remoto prima che qualcuno entrasse. Sempre lui teneva le liste degli accessi, controllava le credenziali del personale delle pulizie, organizzava riunioni periodiche con lo staff di Epstein.

Groff rispose a Barak e Priell confermando l'approvazione di Epstein: "Jeffrey dice che non gli importa dei buchi nei muri e che va tutto benissimo!", perché il sistema richiedeva modifiche strutturali come fori nei muri, cablature e supporti di montaggio. I componenti documentati erano sei sensori applicati alle finestre, un sistema di allarme e la capacità di controllo remoto.

I documenti del DOJ mostrano che la relazione operativa durò almeno fino a novembre 2017, quando Shlomo fu sostituito da un altro funzionario israeliano che assunse la gestione della sicurezza per Barak. In un'email del febbraio 2017, un'assistente di Epstein gli scrive: "Rafi, il capo della sicurezza di Ehud, chiede se posso incontrarlo alle 16 martedì 14 al suo ufficio (800 2nd Ave e 42esima) riguardo all'appartamento di Ehud… Non è stato molto specifico… ha solo detto che stanno facendo dei cambiamenti interni…". Epstein approvò l'incontro.

Né Barak né la missione israeliana all'ONU hanno risposto alle richieste di commento di Drop Site News. In un'email del dicembre 2018 che si trova nei file del DOJ, Epstein scriveva a Barak: "Dovresti chiarire che io non lavoro per il Mossad :)", Barak rispose: "Tu o io?", Epstein: "Che io non ci lavoro :)". In un'altra email del novembre 2017, Epstein chiedeva a Barak: "Boies ti ha chiesto aiuto per ottenere ex agenti del Mossad per fare indagini sporche?" e "Boies ha detto che è arrivato agli uomini del Mossad tramite te?"

Nel giugno 2020, l'avvocato Alan Dershowitz nella sua causa per diffamazione contro Virginia Giuffre citò deposizioni sigillate della causa Giuffre v. Maxwell, in cui Giuffre accusava Epstein di averla ceduta sessualmente a Barak. Nel suo memoir postumo "Nobody's Girl" (ottobre 2025), scritto con Amy Wallace, la stessa Giuffre racconta di essere stata violentata da un "primo ministro molto noto" sull'isola privata di Epstein, intorno al 2002, quando aveva circa 18 anni. Scrisse che quell'uomo la strangolò ripetutamente finché non le fece perdere conoscenza. Giuffre supplicò Epstein di non rimandarla da lui. Epstein non fece alcuna promessa, dicendo freddamente della brutalità del politico: "You'll get that sometimes." Nel memoir Giuffre non fa il nome del primo ministro, dichiarando di temere ritorsioni. Barak, dal canto suo, ha sempre e categoricamente negato ogni accusa, definendole "bugie senza prove" tramite il proprio team legale. Al momento non risulta che abbia intentato azioni legali nei confronti di Giuffre.

Al prossimo Debrief,

Sacha e Luigi

Se ti sei imbattuto in un’inchiesta sotto copertura che secondo te dovremmo raccontare, segnalacela qui:
👉 https://forms.gle/1JbqMBJUfoRU9MBp7

Se hai consigli, domande, segnalazioni (o insulti), scrivici per email a:
👉 [email protected]

Se questa newsletter ti è piaciuta, passala agli amici con questo link:
👉 https://debrief-newsletter.beehiiv.com/

Questo è il nostro Instagram, ogni tanto caricheremo delle cose diverse dalla newsletter:
👉 https://www.instagram.com/debrief_undercover/

Abbiamo anche iniziato un podcast, con interviste agli autori di inchieste undercover memorabili:
👉 https://open.spotify.com/show

E se proprio non ti basta, c'è anche il nostro canale Telegram dove possiamo continuare la conversazione:
👉 https://t.me/debrief_undercover

Reply

or to participate.