Una spia a bordo. Come Israele ha infiltrato la flottiglia per Gaza

L’agente svedese infiltrato nella Freedom Flotilla per conto di un'organizzazione legata al Mossad e al governo Israeliano

La scena sembra tratta da un thriller: estate 2018, Mar Mediterraneo. Una nave della Freedom Flotilla salpata dalla Sicilia naviga verso Gaza con un equipaggio internazionale di attivisti decisi a sfidare il blocco navale israeliano. A bordo, però, qualcosa non torna. Il motore comincia ad accusare guasti inspiegabili, il bagno si intasa di continuo nonostante le istruzioni, e una notte il cavo d’acciaio che corre lungo la fiancata (l’ultima barriera che impedisce a qualcuno di cadere in mare) viene trovato tranciato di netto, senza alcun motivo apparente.

L’equipaggio entra in allerta. C’è qualcuno che sabota la missione? Tutti gli sguardi finiscono su una giovane donna svedese, dai modi affabili. Sorride spesso, parla poco, evita di infilarsi in discussioni politiche. Ma qualcosa nel suo comportamento, troppo curioso, troppo sfuggente, mette i brividi. Nessuno immagina che quella ragazza, presentatasi come “Alice”, sia in realtà un’agente sotto copertura mandata da Israele.

Dietro l’identità di comodo Alice si cela, infatti, una cittadina svedese apparentemente insospettabile che lavora per un’organizzazione israeliana che da anni cerca di deligittimare la solidarietà internazionale verso la Palestina, presentandola come una copertura del terrorismo di Hamas.

Questa newsletter ricostruisce come l’organizzazione israeliana Ad Kanha lavorato a lungo per infiltrare, sabotare e screditare i movimenti di solidarietà internazionale, e in che modo la sua operazione è stata rilanciata in chiave propagandistica anche contro la Global Sumud Flotilla 2025.

È la storia di un undercover al servizio del potere, l’opposto dell’undercover che difendiamo qui a Debrief: quello che espone gli abusi, invece di costruirne alibi.

Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.

Chi è “Alice”: una spia made in Svezia

Dalle indagini giornalistiche svolte successivamente emerge il profilo di una doppia vita degna di un film di spionaggio. La donna, il cui nome in codice interno è “R”, ha poco più di 30 anni ed è originaria di una cittadina della provincia svedese. In gioventù aveva militato nel Moderata ungdomsförbundet (MUF), il movimento giovanile del partito Moderato, formazione di centro-destra svedese. Insomma, non esattamente una background da attivista radicale di sinistra. Nei primi anni 2010 si trasferisce all’estero, vivendo in Norvegia e Danimarca; almeno dall 2013 non risulta avere redditi in Svezia, come ricostruito dal quotidiano svedese indipendente Dagens ETC

Secondo quello che lei stessa racconterà in seguito, Alice/R arriva in Israele attorno al 2017 grazie a uno stage ottenuto mentre studiava architettura del paesaggio. Lì avrebbe poi conosciuto e iniziato a frequentare un giovane soldato israeliano, il quale l’avrebbe messa in contatto con un’organizzazione ultra-nazionalista specializzata in operazioni sotto copertura: Ad Kan. Da quel momento, la vita di R prende la svolta dell’agente infiltrata. Viene reclutata, addestrata e schierata come risorsa “in incognito” per penetrare reti solidali filo-palestinesi in Europa e Medio Oriente. 

Tra il 2017 e il 2019 la giovane, che nelle missioni sul campo userà varie false identità, di cui Alice è solo la più nota, riesce a farsi accettare in ambienti estremamente sensibili. Si unisce ad esempio a gruppi dell’International Solidarity Movement (ISM), un noto movimento di attivisti internazionali pro-Palestina: la trovano sia in Danimarca che nei territori palestinesi occupati, dove recita la parte dell’attivista idealista mentre registra di nascosto conversazioni e raccoglie contatti per i suoi mandanti. Grazie a queste credenziali “sul campo”, ottiene referenze e fiducia che le apriranno le porte per la successiva operazione sulla Freedom Flotilla nel 2018.

Il comportamento di Alice prima della partenza della flottiglia, col senno di poi, mostra una pianificazione meticolosa. Jeannette Escanilla, presidente di Ship to Gaza Svezia, racconta che la donna si era offerta come volontaria con insistenza già mesi prima, presentandosi come disponibile ad “aiutare” nell’organizzazione. In realtà, Alice poneva domande inusuali: voleva conoscere in anticipo la rotta dettagliata della nave e persino dare un’occhiata alla lista completa dei partecipanti.

Si scoprì poi che, dopo un iniziale rifiuto a farla imbarcare, Alice non si era data per vinta: aveva viaggiato per incontrare vari responsabili della Freedom Flotilla in Europa, da Londra a Copenaghen, fino alla stessa Escanilla a Uppsala, tessendo una tela di contatti e accumulando raccomandazioni, finché la coalizione internazionale non l’aveva accettata a bordo. All’ultimo minuto, complice la mancanza di qualche membro dell’equipaggio, Alice è riuscita a farsi includere anche nella tappa finale da Palermo a Gaza, dove avrebbe svolto il suo ruolo più importante.

Alice nel mare delle menzogne 

Quando in mezzo al Mediterraneo nel 2018 l’equipaggio si accorge del cavo spezzato, capiscono che qualcuno sta cercando di manomettere la nave. “È stata la cosa più spaventosa, era un pericolo di vita diretto. Se qualcuno fosse finito in acqua, non ce l’avrebbe fatta,” ricorda Collan Staiger, cuoco di bordo al quotidiano svedese.

Durante la navigazione dal porto di Palermo verso Gaza, i sospetti diventano allarme. Collan sorprende Alice mentre cerca di forzare un armadietto chiuso a chiave: all’interno ci sono le apparecchiature elettroniche, incluso un trasmettitore che la flottiglia intende usare per trasmettere in diretta video il momento (prevedibile) in cui la marina israeliana li bloccherà. Un’altra volta la vedono rovistare nei pressi di un ripostiglio dove è custodito un importante dispositivo di comunicazione. Sta sabotando la missione? Il clima a bordo diventa incandescente, quasi da romanzo giallo. “Era come un dannato romanzo di Agatha Christie,” scherza amaramente Collan Staiger.

Alla fine, la verità salta fuori in pieno Mediterraneo: Alice nasconde nella sua borsa un laptop e un telefono satellitare, apparecchi espressamente vietati a bordo per motivi di sicurezza perché  potevano essere  facilmente tracciabili. “È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso,” ricorda Ellen Hansson, un’altra attivista svedese sul ponte. Ellen affronta Alice: “Hai dispositivi elettronici con te? Sei proprio sicura di non avere niente?” La giovane nega con fermezza. Messa alle strette, improvvisa sul momento una storia patetica, racconta che il telefono satellitare le serve per rimanere in contatto con un padre gravemente malato, ma nessuno le crede. Gli attivisti, furiosi, non possono abbandonarla in mare aperto, ma prendono una decisione drastica: raccolgono tutti gli oggetti elettronici di Alice e li gettano in mare.

Poche ore dopo, l’epilogo: la flottiglia viene intercettata dalla marina israeliana a circa 50 miglia da Gaza, ancora in acque internazionali. Un commando armato a voltocoperto sale a bordo e prende possesso dell’imbarcazione senza incontrare resistenza. Tutti i passeggeri, Alice compresa, vengono arrestati. Ma persino in quei momenti concitati, la condotta della ragazza svedese appare anomala. Una volta trasferiti nel porto di Ashdod e rinchiusi in cella separati uomini e donne, Alice scompare per ore. Quando ricompare, i testimoni la vedono ciarlare amabilmente in ebraico con i poliziotti israeliani, sorseggiando un caffè e addentando un sandwich che i suoi carcerieri le hanno procurato. “Tutti gli altri erano sconvolti, lei invece era tranquillissima, come se nulla fosse,” ricorda Jeannette Escanilla, presidente dell’associazione svedese Ship to Gaza. A quel punto i sospetti diventano certezza: la spia è stata svelata.

Dopo il 2018, la spia svedese è scomparsa dalla scena attivista, almeno con l’identità di Alice. Ma la sua missione per conto di Israele non era affatto terminata. Ci sono indicazioni che nel 2020 abbia infiltrato anche una terza organizzazione palestinese in Cisgiordania. Poi, improvvisamente, nel 2023 R riappare in Svezia. Rientra da un soggiorno a Tel Aviv nell’aprile 2023 e, appena un mese dopo, si iscrive alle selezioni per la Scuola di polizia svedese. Le sue performance ai test psico-fisici sono eccellenti, punteggio massimo, e ottiene l’ammissione come riservista in una prestigiosa accademia di polizia.

Ad Kan: la rete dell’undercover al servizio di Israele

Chi muove le fila di “Alice” e delle altre talpe infiltrate nelle reti di solidarietà pro-Palestina? Tutti gli indizi portano a Ad Kan, un’organizzazione nata in Israele nel 2015 con l’obiettivo dichiarato di smascherare presunte attività “sovversive” nei movimenti per i diritti dei palestinesi. Il nome Ad Kan in ebraico significa “Fin qui”, sottinteso: “Oltre questo limite, non vi permetteremo di andare”. Fondata da attivisti dell’estrema destra israeliana (tra cui Gilad Ach, ex ufficiale dell’esercito) l’ONG opera di fatto come un’agenzia di intelligence privata ultra-nazionalista. I suoi membri reclutano e addestrano giovani (come R) per inserirli sotto copertura in ONG, gruppi pacifisti e iniziative filo-palestinesi, con lo scopo di raccogliere informazioni dall’interno e screditarne i leader. Nonostante si presenti come entità privata, Ad Kan vanta connessioni profonde con l’apparato statale israeliano. Nel suo staff figurano ex agenti dello Shin Bet (la sicurezza interna) e del Mossad.

Alcuni funzionari dell’intelligence in carica compaiono persino, seppur in forma anonima, nei documentari prodotti dall’organizzazione, a riprova di legami molto stretti con le istituzioni di sicurezza. Quando Alice era infiltrata sulla flottiglia 2018, Ad Kan era in costante contatto con le autorità: secondo un’inchiesta, i vertici dell’ONG avvisarono il Ministero degli Esteri israeliano non appena la nave con Alice entrò nel Mediterraneo orientale, informandolo della presenza di una loro agente a bordo. Questo spiegherebbe perché, dopo il blitz, nei rapporti ufficiali israeliani tutti i nomi dei passeggeri fermati vennero elencati, tranne quello di Alice. Inoltre, mentre tutti gli altri attivisti furono banditi da Israele per 10 anni (prassi standard verso gli “indesiderabili”), R/Alice poté tornare in Israele dopo appena 3 mesi per proseguire il suo lavoro, un privilegio impossibile senza coperture governative. 

Ad Kan ha costruito la sua fama, o infamia, attraverso una serie di operazioni mediatiche clamorose. Nel 2022, assieme al giornalista israeliano Zvi Yehezkeli, ha prodotto un docu-serie televisiva intitolata “Shtula” (cioè “La piantata”, gergo ebraico per indicare un agente infiltrato) sulla rete Channel 13. Protagonista: la nostra agente R, presentata come una coraggiosa attivista occidentale che si infiltra tra i “nemici di Israele”. In 5 puntate viene raccontata la sua “missione” tra il 2017 e il 2019.

La serie mostra Alice/R con telecamera nascosta mentre frequenta volontari e ONG palestinesi in Europa, compresi i momenti a bordo della flottiglia 2018 per dipingere il movimento come un covo di estremisti antisemiti.All’attivo di Ad Kan ci sono diverse “inchieste” sotto copertura che hanno fatto scalpore in Israele. Hanno infiltrato associazioni come Breaking the Silence (che raccoglie testimonianze di soldati critici dell’occupazione) e organizzazioni per i diritti umani israeliane, cercando di screditarle dall’interno. In alcuni casi, i materiali raccolti da Ad Kan sono stati consegnati ai servizi segreti o alla polizia, portando ad arresti e procedimenti giudiziari poi finiti in nulla. Infatti, malgrado la retorica roboante, Ad Kan non ha mai ottenuto informazioni decisive a supporto delle proprie tesi, segno che le “prove” che sostengono ogni volta di aver raccolto, erano del tutto irrilevanti. Anzi, persino alcuni tribunali israeliani hanno espresso severe critiche: il sistema giudiziario ha più volte accertato che Ad Kan utilizza metodi riprovevoli, falsifica dati e causa gravi danni a individui falsamente etichettati come terroristi o antisemiti. L’ONG, insomma, è vista anche in patria come un braccio occulto dell’ala più oltranzista.

Dal 2018 al 2025: infiltrazione a fini politici

L’operazione “Alice” non si è fermata alla Freedom Flotilla del 2018. Durante la Global Sumud Flotilla 2025, Ad Kan ha diffuso sui social nuovi filmati girati dall’agente R, ormai soprannominata la “Swedish undercover”, che riguardano proprio la flottiglia 2025. Non è chiaro in che misura R abbia partecipato direttamente all’organizzazione della Global Sumud (dopo lo smascheramento del 2018 sarebbe stato rischioso impiegarla di nuovo a contatto con attivisti europei, molti dei quali ormai la conoscono).

Quando l’identità di “Alice” è stata svelata, in Svezia si è aperto un caso destinato a far rumore. Nel gennaio 2024 il quotidiano indipendente Dagens ETC ha pubblicato un’approfondita inchiesta intitolata “Svenska tjejen blev spion – för Israels räkning” (La ragazza svedese diventata spia – per conto di Israele). I reporter Joakim Medin e Sofie Axelsson sono riusciti a rintracciare la donna nel campus universitario dove seguiva i corsi per diventare poliziotta, e l’hanno confrontata direttamente nel corridoio fuori dalla sua stanza. Ne è scaturito un confronto surreale: Alice/R ha negato tutto, dichiarandosi vittima di “menzogne” e dicendo di sentirsi “molto perseguitata”. Ha rifiutato di rispondere alle domande sulla sua missione pluriennale per Israele, domande che toccavano anche un possibile movente personale o familiare, dato che qualcuno ipotizza simpatie ideologiche o addirittura radici ebraiche nella sua famiglia, elementi mai confermati. Invece di spiegarsi, l’agente ha dettato condizioni capestro per un’intervista (voleva evidentemente controllare il contenuto) e, al rifiuto dei giornalisti, ha immediatamente mobilitato un avvocato di grido per intimidirli legalmente.

Nel frattempo, lo scandalo politico iniziava a montare. Sui social svedesi, ambienti di sinistra e attivisti pro-Palestina hanno fatto sentire la loro indignazione: una cittadina svedese aveva agito da agente al soldo di potenze straniere sul suolo svedese, infiltrando associazioni legali e pacifiche. Un dettaglio sottolineato da Dagens ETC è che Alice/R, nella sua fase preparatoria, incontrò attivisti e raccolse informazioni anche in Svezia (come la visita alla Escanilla a Uppsala). Questo potrebbe configurare il reato di “attività di intelligence illegale a favore di potenza straniera” sul territorio nazionale. Si tratterebbe di un crimine punibile con fino a un anno di carcere (quattro nei casi gravi).

Intanto, la figura della spia svedese è diventata un caso emblematico che rimbalza nei dibattiti internazionali sulla deontologia del giornalismo sotto copertura. Sì, perché Ad Kan e i media filogovernativi presentano Alice/R come una sorta di “giornalista investigativa” che ha scovato scomode verità, quando in realtà il suo ruolo è l’opposto di quello giornalistico. Lei non ha smascherato i potenti o documentato abusi nascosti: ha lavorato per i potenti per colpire chi denuncia quegli abusi.

La vicenda di Alice e Ad Kan è un monito sul perché l’etica nel giornalismo investigativo è più che mai necessaria: perché ci saranno sempre regimi e interessi pronti a travestire la menzogna da verità, e a chiamare “inchiesta” ciò che è solo pura propaganda. Sta a noi smascherarli.

Al prossimo Debrief,
Sacha e Luigi

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