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Operazioni sotto copertura nei casinò di Donald Trump
Quando l’undercover doveva ripulire un brand e finì per entrare davvero, nella stanza cablata del Trump Plaza

Sembra assurdo ma, a volte, l’undercover può diventare anche uno strumento reputazionale.
È successo con Donald Trump quando, prima ancora di costruire il suo impero ad Atlantic City, provò a diventare un interlocutore dell’FBI e a rendere i suoi casinò un possibile teatro di operazioni sotto copertura. Un modo per dimostrare che era “dalla parte giusta”, mentre entrava nei settori dove tutti sapevano che erano gestiti dalla criminalità organizzata.
Ironicamente poi, qualche anno dopo, le indagini undercover delle autorità dentro i suoi casinò si concentrarono non tanto su dei “nemici esterni”, ma su una figura che per Trump era vitale.
Di questi rapporti tra Trump e la mafia italoamericana ne parlo nel mio ultimo libro The Wise Guy: Donald Trump e la mafia italoamericana, che uscirà nelle prossime settimane per Round Robin, ed è in preordine nelle varie piattaforme di libri.
In questo numero di Debrief però parliamo di un pezzo di questa storia che in pochi conoscono.
Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.
In questo numero di Debrief:
Prima di Atlantic City: Trump si presenta all’FBI
Nel 1981, mentre è impegnato a costruire grattacieli a Manhattan, Trump decide che vuole sfondare in un altro settore controllato dalla mafia, i casinò. Lo fa con la sua proverbiale modestia, cercando di diventare in poco tempo il re dell’imprenditoria del gioco d’azzardo. E così prepara il suo ingresso ad Atlantic City, una città a poca distanza da New York, che nelle sue aspettative diventerà la Las Vegas della east coast, dopo aver legalizzato il gioco d’azzardo.
Trump sa benissimo qual è l’elefante nella stanza: il rischio di infiltrazione della criminalità organizzata nelle sue sale da gioco. Così si rivolge ad uno dei suoi fixer, un ex sindacalista chiamato Daniel Sullivan, con buoni contatti nella criminalità organizzata, l’uomo giusto per risolvere controversie con i sindacati controllati dalle famiglie mafiose di New York, ma anche un informatore dell’FBI.
Tramite Daniel Sullivan, Trump organizza un incontro con gli agenti federali per “discutere le sue intenzioni” di investire ad Atlantic City. Gli agenti provarono perfino a dissuaderlo: ci sarebbero stati “modi più semplici per investire i suoi soldi”, gli disse l’agente Walt Stowe, “Atlantic City è davvero rischiosa, se fossimo al tuo posto, non lo faremmo.”
Trump non li ascoltò, anche perché in quella stanza non stava cercando un consiglio, ma una opportunità. Voleva dimostrarsi pronto a collaborare per essere visto dalle autorità del New Jersey che dovevano dargli il permesso per operare ad Atlantic City come “uno pulito”.
Secondo un rapporto interno dell’FBI, Trump disse agli agenti che, se il progetto del casinò fosse andato avanti, lui era pronto a “cooperare” con il Bureau, e propose l’utilizzo di agenti sotto copertura nel suo futuro casinò di Atlantic City. L’FBI arrivò perfino a scrivere una proposta operativa per infiltrare l’ambiente del casinò di Trump.
Ma è qui che la storia si ribalta, perché la cosa che doveva funzionare da garanzia, il contatto con l’FBI, diventa improvvisamente un problema.
Quando Trump va a parlare con il direttore della Division of Gaming Enforcement, l’agenzia che vigila sui casinò del New Jersey, Mickey Brown, gli dice che l’ostacolo all’ottenimento della licenza che a Trump serve per operare ad Atlantic City è proprio Daniel Sullivan. È quel fixer con un piede nella criminalità organizzata che ha lavorato con lui nella costruzione dei grattacieli a Manhattan.
A quel punto Trump fa quello che fa spesso: prova a trasformare un rischio in una leva, e lo fa raccontando a Brown che fu Sullivan a presentargli due agenti dell’FBI. Il sottotesto è trasparente: se Sullivan mi porta gli agenti federali, allora non può essere così losco; se io parlo con l’FBI, allora potete fidarvi di me.
Solo che quella frase è controproducente. Secondo quanto mi ha raccontato l’agente Walt Stowe (ex FBI), la commissione non avrebbe visto di buon occhio un undercover federale nel casinò: per loro era un rischio reputazionale, avrebbe portato a dire che la mafia operava ad Atlantic City. Così l’operazione venne accantonata.
L’operazione sotto copertura contro LiButti: dal detective infiltrato alla stanza cablata
Dopo l’episodio del 1981, però, un’operazione sotto copertura si rende comunque necessaria, perché lo Stato del New Jersey vuole investigare su un personaggio che è centrale per capire quanto i casinò di Trump fossero permeabili ai legami con la mafia italoamericana: Robert LiButti.
LiButti non era un cliente qualsiasi, ma il “whale gambler”, uno di quei giocatori che possono decidere la fortuna di un casinò: in pochi anni giocò tra vincite e perdite quasi 100 milioni di dollari, e Jack O’Donnell, allora presidente del Trump Plaza, me lo sintetizza senza giri di parole: il Plaza diventa “il casinò numero uno” grazie a lui.
E come spesso accade in queste storie, la domanda più banale è anche quella che resta senza risposta: da dove arrivavano quei soldi? Il suo avvocato, David Fassett, quando gli chiedo “che lavoro facesse”, mi risponde con quel sorriso che equivale a una non-risposta: un “imprenditore”, con grande “accesso ai soldi”. Una cosa però è certa, era ben conosciuto negli ambienti delle famiglie mafiose di New York.
Nessuno, però, sembra preoccuparsene visto che, da solo, LiButti riusciva a muovere l’economia di Atlantic City portando gli incassi del Trump Plaza alle stelle. Ma, quando a fine 1990, LiButti finì i soldi, ecco che divenne un problema.
Così entra in scena la parte undercover. Per costruire un caso solido contro di lui, La Division of Gaming Enforcement, manda un detective della polizia statale, Robert Walker, a lavorare sotto copertura nel giro delle scommesse di Atlantic City.
In quel contesto Walker parla con due bookmaker, Leonard “Leo” Cortellino e Charles Ricciardi Sr., associati alla famiglia Gambino, che gli descrivono un’operazione di scommesse che “beneficia” John Gotti, il boss più famoso negli USA. E poi, quasi come se fosse un dettaglio, buttano lì la frase che per un investigatore vale oro: LiButti “was in Donald Trump’s pockets”. E spiegano il perché: LiButti avrebbe ottenuto per il cognato cantante, Jimmy Roselli, un contratto “per big money” al Trump Plaza.
Da lì il filo delle indagini conduce dentro il casinò, cioè dentro casa di Trump. Robert LiButti, infatti, aveva incontrato Ed Tracy, il manager che nel 1990 gestiva l’operatività dei tre casinò di Trump ad Atlantic City.
LiButti gli aveva proposto un affare molto semplice: rinnovare l’ingaggio del cognato cantante Jimmy Roselli gonfiando il contratto, così da far uscire una commissione segreta per sé. E poi gli chiese se John Gotti, capo dei Gambino, potesse venire a giocare nel casinò. Il dettaglio è importante perché Gotti, in quel momento, era nella lista dei 150 mobster che lo Stato aveva ufficialmente bandito dai casinò di Atlantic City: LiButti stava chiedendo, in modo esplicito, di ignorare il divieto.
Ed Tracy, il manager operativo dei casinò di Trump ad Atlantic City, capì che non era più in grado di gestire Robert LiButti. Così avvisa le autorità del New Jersey e, prima di incontrarlo una seconda volta, fece predisporre una stanza del Trump Plaza con microfoni e registratori, in modo che l’intera conversazione venisse registrata.
A quel punto Tracy fa la cosa tipica di un’operazione ben condotta, porta LiButti a ripetere l’offerta. Gli chiede, in sostanza: “Ok, spiegami di nuovo come vorresti strutturarla.” E LiButti, convinto di essere in un contesto amicale, mette nero su bianco la logica del kickback: si gonfia fittiziamente il contratto per il cantante, si maschera la differenza come “bonus”, e il bonus vero, un quarto di milione, finisce a lui.
Quella registrazione servì a dare “sostanza” a una decisione già presa, LiButti diventò il centocinquantaduesimo nome della lista degli esclusi di Atlantic City. Ma sul suo rapporto con Donald Trump negli anni uscirono altri molti dettagli e circostanze pericolose.
Felix Sater: l’uomo che vive tra il brand Trump e il lavoro “sotto copertura”
Ritornando da Atlantic City a New York, c’è un nome che, da solo, spiega quanto il mondo Trump sia spesso attraversato da figure che orbitano tra affari opachi e apparati federali.
È Felix Sater, un uomo con ampi contatti con la criminalità organizzata. L’episodio che tutti ricordano quando si parla di lui, risale al 1991, quando lavorava a Wall Street ed ebbe una discussione con un collega ad un bar. Sater lo accoltellò con lo stelo di un bicchiere da cocktail, lacerandogli il viso e lasciandogli una ferita che avrebbe richiesto 110 punti di sutura.
Felix Sater riemerse poi a metà anni Duemila come dirigente della società finanziaria Bayrock e consulente della Trump Organization. Girava, infatti, con un biglietto da visita che lo accreditava come “senior advisor” di Donald Trump e, secondo ricostruzioni giornalistiche e cause civili, diventò l’uomo che portava i capitali di investitori e oligarchi russi dentro progetti immobiliari brandizzati Trump.
Eppure il passato di Sater è degno di nota. Nel 1998 confessò il coinvolgimento in una truffa da decine di milioni di dollari nel mercato dei penny stock, un’operazione che, secondo gli atti, avrebbe favorito anche le famiglie Genovese e Gambino, cioè due colonne della Cosa Nostra newyorkese. La sua dichiarazione di colpevolezza del ’98, però, restò segreta, i fascicoli vennero sigillati per anni, e per scoperchiare una parte di quei documenti servì addirittura un intervento della Corte Suprema che portò a desecretare alcuni atti nel 2012.
Quando finalmente arrivò la sentenza, nel 2009, non fu mandato in carcere, ma in libertà vigilata con una multa da 25.000 dollari, senza l’obbligo di restituire un centesimo alle vittime.
Successivamente, si scoprì che, per oltre un decennio, Sater lavorava anche come informatore dell’FBI e della CIA sotto copertura, fornendo ai procuratori informazioni di “profondità e ampiezza straordinarie” su criminalità organizzata, frodi finanziarie e perfino terrorismo internazionale.
Perché questa storia conta anche oggi
Questa non è solo una storia degli anni ottanta e novanta.
Analizzare le operazioni undercover intorno a Trump ci dà uno sguardo privilegiato sul modo in cui Trump è arrivato al potere, creando un mondo costellato di figure legate da una parte alla criminalità organizzata, dall’altra alle autorità federali.
E se questo modus operandi non fosse mai cambiato?
Se vi interessano questi temi ne ho scritto più approfonditamente qui: The Wise Guy: Donald Trump e la mafia italoamericana (Round Robin, dicembre 2025), qui in preordine.
Al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha
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