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Epstein era un agente del Mossad al servizio di Israele? Le mail segrete
Nuove rivelazioni mostrano Epstein agire come intermediario per operazioni di intelligence del Mossad israeliano.

Da giorni negli Stati Uniti tiene banco il dibattito sul rilascio degli Epstein files: decine di migliaia di pagine di atti dell’FBI e del Dipartimento di Giustizia tra cui rapporti investigativi, memo interni, verbali di interrogatorio e appunti degli agenti, in gran parte ancora coperti da segreto o pesantemente censurati. Questi documenti infiammano così tanto l’opinione pubblica perché ricostruirebbero vent’anni di inchieste su Jeffrey Epstein e sui suoi legami con politici, miliardari e capi di Stato, e, se resi pubblici integralmente, potrebbero mettere in serio imbarazzo il presidente Trump e alcune delle figure più influenti del suo cerchio magico, inclusi grandi donatori e alleati politici.
Mentre l’America aspetta di vedere cosa uscirà davvero da questi Epstein files, noi vogliamo concentrare l’attenzione su un aspetto apparentemente più marginale che la stampa mainstream ha completamente ignorato: le connessioni segrete tra Jeffrey Epstein e l’intelligence israeliana. Questa storia non arriva dai futuri documenti declassificati, ma da un archivio già disponibile: le mail riservate di Ehud Barak, l’ex primo ministro israeliano e già agente sotto copertura, di cui abbiamo parlato in una vecchia puntata della nostra newsletter e che nel 2019 ha co-fondato l’azienda di spyware, Paragon Solutions.
Negli ultimi mesi, un’inchiesta pubblicata a puntate su Drop Site News ha mostrato come Epstein avrebbe agito per anni come intermediario e facilitatore nell’ombra per interessi vicini ai servizi segreti di Israele. In altre parole, dietro i festini, i jet privati e gli abusi c’era un secondo ruolo occulto: quello di emissario ufficioso di Tel Aviv in operazioni riservate. Una storia che ribalta quanto pensavamo di sapere su Epstein e che spiega ancora di più il terremoto internazionale che c’è dietro questi files.
Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.
In questo numero di Debrief:
Epstein e il Mossad: vecchi sospetti, nuove conferme
Da anni circolavano voci su legami oscuri tra Jeffrey Epstein e il Mossad, l’agenzia di intelligence estera israeliana. Erano perlopiù congetture, bollate spesso come teorie del complotto. Eppure la lista dei curiosi indizi era già piuttosto lunga. Prima di diventare il “finanziere dei miliardari”, Epstein era un semplice insegnante di matematica alle superiori in una scuola privata, la Dalton School di New York, dove fu assunto senza neanche avere una laurea. Poi, nel giro di pochi anni, grazie alla raccomandazione di quello che sarebbe diventato il futuro CEO, passa a lavorare per Bear Stearns, una delle più grandi banche d’investimento americane, anche qui senza avere nessun MBA o nessun curriculum di prestigio alle spalle. Arrivato qui scala posizioni, fin quando non lascia la banca in circostanze mai del tutto chiarite e riappare come consulente finanziario privato dei miliardari.
All’inizio degli anni ’90, entra nell’orbita del miliardario dell’abbigliamento Leslie Wexner, patron di Victoria’s Secret e membro del cosiddetto Mega Group, il club di super‑donatori di origine ebraica americana particolarmente vicini a Israele. Wexner non solo affida a Epstein la gestione dei propri investimenti, ma gli concede una procura amplissima sui suoi beni e gli cede la gigantesca townhouse di Manhattan che diventerà la base di tutte le sue operazioni. Da quel momento, il suo tenore di vita esplode e si trova in possesso di un jet privato, un’isola caraibica, il ranch di Zorro nel New Mexico e una villa a Palm Beach. Si trasferisce nella townhouse dell’Upper East Side che Vanity Fair descrive come “la più grande residenza privata di New York” e porta amici e VIP in giro su un Boeing 727 di cui è proprietario. L’origine esatta di quella ricchezza resta, ancora oggi, se non un mistero, quanto meno opaca.
In parallelo, nella sua vita entra la sua futura compagna, Ghislaine Maxwell, figlia del magnate dei media britannici Robert Maxwell, accusato di essere un collaboratore del Mossad. Fu sepolto con onori di Stato in Israele dopo la sua morte avvenuta in circostanze misteriose nel 1991. È con Ghislaine, oggi agli arresti, che Epstein costruisce il sistema di reclutamento di ragazze minorenni e, secondo alcune testimonianze, nelle stanze delle sue residenze vengono installate telecamere nascoste nelle camere da letto, nei salotti, e perfino nei bagni.
Su questo sfondo cominciano a circolare le prime ipotesi di una grande operazione di honey‑trap, la cosiddetta trappola al miele. Le teorie più estreme ipotizzavano che l’isola privata di Epstein, il suo jet e le sue ville fossero teatro di un’operazione orchestrata da un servizio segreto: attirare personaggi potenti in trappole sessuali con minorenni, filmarli di nascosto e usarne i segreti per ricattarli e piegarli a interessi geopolitici. Una sorta di kompromat in salsa israeliana. Negli ambienti dell’intelligence è un metodo collaudato. E a dare peso a questi sospetti arrivò persino un rumor clamoroso: l’ex procuratore federale Alex Acosta, che nel 2008 diede incredibilmente a Epstein un accordo di immunità, avrebbe detto che gli fu ordinato di lasciar stare Epstein perché “apparteneva all’intelligence”. Acosta in seguito negò di aver mai pronunciato quella frase.
Dall’altra parte, nel luglio 2025 Naftali Bennett, ex premier israeliano, affermò pubblicamente: “L’accusa che Epstein abbia lavorato per Israele o per il Mossad guidando un giro di ricatti è categoricamente falsa. Le sue azioni, per quanto criminali e spregevoli, non c’entrano nulla con il Mossad né con lo Stato di Israele”. Parole dure, riecheggiate anche dai giornali mainstream che definivano i legami Epstein-Mossad come fandonie alla stregua del complottismo. E così la narrativa ufficiale è rimasta quella di un Epstein “lupo solitario”, un abusatore seriale di minorenni con amicizie altolocate ma nessun mandante occulto.
Poi, però, si è scoperto che Epstein era in rapporti con un altro pezzo da 90 del governo Israeliano, l’ex primo ministro, ex capo di Stato Maggiore dell’esercito ed ex ministro della Difesa Ehud Barak. Secondo il Wall Street Journal, Barak avrebbe incontrato Epstein decine di volte a partire dal 2013. Non solo. Nel 2015, Barak investe circa 1 milione di dollari in una start‑up di sicurezza, in un’operazione complessiva in cui, secondo Haaretz, Epstein finanzia gran parte del capitale. Prima di quello, tra il 2004 e il 2006 la Wexner Foundation di Leslie Wexner (di cui Epstein era trustee) versa complessivamente circa 2,3 milioni di dollari a Barak per attività di consulenza che hanno suscitato molte domande e polemiche in Israele.
Delle foto pubblicate dal Daily Mail, ritraggono Barak entrare nella townhouse di Manhattan con cappuccio tirato sugli occhi, nella stessa casa dove decine di ragazze hanno raccontato di essere state abusate. Barak ammetterà di aver incontrato Epstein, ma di averlo frequentato solo “per business”, negando di aver partecipato a feste sessuali o di averlo visto con minorenni.
Oggi però un leak di 100.000 email trafugate dall’account di Barak racconta una storia molto diversa e il sesso non c’entra niente.

Le mail di Barak: Epstein operatore ombra di Israele
Nel 2024, un gruppo di hacker noto come “Handala” ha trafugata centinaia di mail dall’account di Edu Barak scambiate fra il 2013 e il 2016, quando Barak era appena uscito dal governo Israeliano (l’archivio è stato consultato da Debrief per scrivere questa newsletter).
Nelle ultime settimane, la testata investigativa Drop Site News ha analizzato questo leak incrociandolo con documenti ufficiali (inclusi file resi pubblici dalla commissione del Congresso USA sul caso Epstein). Il risultato è una serie di inchieste in cui emerge come Jeffrey Epstein lavorava attivamente dietro le quinte per promuovere interessi strategici di Israele, in stretta coordinazione con Barak stesso.
Drop Site ha rivelato che Epstein fu coinvolto in numerose operazioni segrete. In un caso, nel pieno della guerra civile siriana, si adoperò per aprire un canale di comunicazione segreto tra Israele e la Russia di Vladimir Putin. L’obiettivo? Cercare una soluzione negoziata (gradita a Israele) per rimuovere il dittatore siriano Bashar al-Assad, con la mediazione di Mosca. Le email mostrano che Epstein riuscì persino a organizzare un incontro privato tra Ehud Barak e Putin nell’estate 2013, per sondare la possibilità di un accordo in cui la Russia avrebbe appoggiato un’uscita di scena “indolore” di Assad. Barak ed Epstein, in pratica, tentarono una sorta di diplomazia parallela: pressione sugli Stati Uniti perché intervenissero più duramente in Siria, e dialoghi riservati coi russi perché accettassero di sacrificare Assad.
Epstein non si limitò certo al Medio Oriente. Secondo un’altra inchiesta di Drop Site, fece da facilitatore per gli israeliani anche in Asia e Africa. Una serie di email del 2012-2014 lo mostra all’opera in Costa d’Avorio, nell’Africa occidentale: Epstein aiutò Barak a vendere al presidente ivoriano Alassane Ouattara un intero “sistema di sorveglianza di Stato”, in pratica l’installazione di tecnologie israeliane per controllare telefoni e Internet di un’intera nazione. In un’email, Epstein scrive a Barak che, con “civil unrest exploding” e “la disperazione di chi è al potere”, quella situazione era “perfetta per lui”. Barak gli risponde: “Hai ragione in un certo senso. Ma non è semplice trasformarla in cash flow”. La logica è quella di trasformare instabilità politica in opportunità di affari. In altre parole, Barak cercava anche il ritorno economico personale da queste crisi.
Barak, appena lasciato il ministero, si era reinventato infatti come “venditore” di servizi di sicurezza israeliani a governi stranieri. In Costa d’Avorio, grazie al suo intervento e a quello discreto di Epstein, nel 2014 fu firmato un accordo ufficiale di cooperazione Israele–Costa d’Avorio, che ha aiutato Ouattara a instaurare un decennio di dominio autoritario (sorveglianza di oppositori, repressione di proteste) con il supporto di società di sicurezza israeliane.
Le email delineano un Epstein ben diverso dal “predatore solitario” dipinto dai tabloid. Qui lo si vede integrato in reti di spionaggio di alto livello, al servizio degli interessi israeliani e dei propri soci. Come scrivono i reporter di Drop Site, Epstein aveva uno straordinario talento nell’indirizzare le superpotenze verso gli interessi di Israele, sfruttando una rete sociale che intersecava le comunità di intelligence israeliana, americana e russa”. Una persona che, insomma, lavorava nell’ombra per l’ex premier Barak e che veniva considerata una risorsa preziosa: nelle mail gli chiede continuamente favori, consigli, presentazioni ad altri potenti, come ci si aspetterebbe da un emissario fidato. Uno scambio del maggio 2013 è emblematico: Barak, nel cuore della notte, scrive a Epstein “Sei sveglio? Se sì, chiamami”; parlano al telefono e subito dopo Barak gli raccomanda via email di mantenere il segreto su quanto discusso: “Jeff, per favore non condividere le info con nessuno dei nostri amici”.
Yoni Koren: un colonnello dell’intelligence a casa Epstein
Uno dei personaggi-chiave emersi da queste rivelazioni è Yoni Koren, un alto ufficiale israeliano, il cui nome completo era Itzhak “Yoni” Koren, un colonnello dell’AMAN (l’intelligence militare israeliana) e un veterano delle operazioni condotte in collaborazione con il Mossad. Per anni fu l’ombra di Ehud Barak: capo del suo staff al Ministero della Difesa fino al 2013, consigliere fidato e intermediario in missioni delicate. Le email trapelate e i documenti del Congresso USA mostrano che Koren rimase per lunghi periodi nell’attico di Epstein a Manhattan in almeno tre occasioni tra il 2013 e il 2015. Koren, all’epoca, era un ufficiale in riserva, ma ancora operativo. Durante il primo soggiorno noto, a febbraio 2013, Koren era formalmente il “capo dell’ufficio” del ministro Barak, impegnato quindi nelle questioni di Difesa nazionali, mentre pernottava a casa di Epstein a New York.

Foto senza data di Koren e Barak al 9/11 Memorial di New York | Drop Site
Cosa ci faceva un colonnello dello spionaggio israeliano nell’attico di un finanziere americano? Koren, in quei periodi a New York, fungeva da anello di congiunzione tra l’intelligence USA e quella israeliana per conto di Barak. Barak infatti, non più in carica, continuava a muovere trame internazionali: utilizzava Koren come emissario informale per passare messaggi ad AMAN (l’intelligence militare di Israele) e ricevere informazioni riservate. Dalle mail si vede Koren attivarsi per verificare voci di intelligence per Barak, sfruttando i suoi contatti nei servizi. In un caso Barak gli chiese di controllare tramite fonti AMAN se fosse vero un rumor di stampa su un’offerta dell’Egitto di cedere parte del Sinai ai palestinesi; Koren rispose che era una notizia falsa, e Barak confidò che era la “seconda volta” che quell’indiscrezione saltava fuori – indice del loro monitoraggio costante di informazioni classificate.
Yoni Koren è venuto a mancare nel 2023 (stroncato da un cancro). Nel suo elogio funebre, Ehud Barak lo ha descritto come “un talentuoso ufficiale d’intelligence[…] con un’infinita lealtà allo Stato”. Koren incarnava quella commistione tra spionaggio, affari e politica che il caso Epstein sta portando a galla. E infatti la storia non finisce con la sua morte: Ehud Barak, oggi 81enne, continua ad essere attivissimo nell’industria della sicurezza. Nel 2019 ha co-fondato la start-up di spyware, Paragon Solutions, insieme a un ex capo dell’Unità 8200 (l’élite dell’intelligence elettronica israeliana). Paragon sviluppa strumenti di hacking avanzati e li vende a governi di mezzo mondo (Italia inclusa, ne sanno qualcosa i giornalisti italiani infettati con questo software) – ed è stata appena acquisita da un fondo statunitense per un valore che può arrivare a 900 milioni di dollari.
Le rivelazioni e il silenzio dei media
Jeffrey Epstein, quindi, non era solo un predatore sessuale, era anche parte di operazioni segrete internazionali. Le email di Barak offrono uno spaccato inedito di come Epstein potesse “muovere i fili” per conto di Israele, parlando da pari a pari con ex primi ministri, generali e persino capi di Stato esteri. Ciò conferisce nuovo senso a tanti dettagli prima considerati sospetti, ma mai provati: i generosi finanziamenti da parte di magnati sionisti come Wexner, le visite di Barak nel palazzo di Epstein a Manhattan, i passaporti multipli trovati nella sua abitazione (tre statunitensi, un passaporto austriaco con la sua foto ma un nome falso e un indirizzo in Arabia Saudita). Secondo diversi analisti, forse Epstein adescava uomini potenti non (o non solo) per proprio tornaconto, ma per creare materiale di ricatto utile a qualche agenzia. Come ipotizzato da altri investigatori, l’impunità che lo ha protetto per decenni, fino all’arresto tardivo e alla morte enigmatica in cella, si spiegano col fatto che “sapeva troppo” su troppe persone importanti, in troppi paesi diversi.
Eppure, c’è un secondo aspetto clamoroso: il silenzio dei media mainstream. La stampa USA, nota l’analisi di FAIR, perfino testate che in passato hanno sviscerato ogni dettaglio scabroso su Epstein ora hanno ignorato quasi del tutto la vicenda.
Drop Site, con una punta di ironia, ha scritto: “Ci chiediamo perché il resto dei media, che certo non difettano di entusiasmo quando si tratta della saga di Epstein, abbiano improvvisamente perso la voce di fronte a pile di documenti di pubblico interesse. Cari editor, cosa state facendo?”
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Sacha e Luigi
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