Epstein sembra sempre di più aver operato per diverse strutture di intelligence

Dalle nuove carte degli Epstein Files emerge sempre più prepotentemente una dimensione di spionaggio internazionale.

Solo qualche giorno fa, il 30 gennaio 2026, un’enorme mole di documenti (oltre 3 milioni di pagine, 2.000 video e 180.000 immagini), è stata resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, gettando nuova luce sulle attività occulte di Jeffrey Epstein. Ci vorranno probabilmente settimane o mesi per analizzare in profondità questi documenti. Dei legami con l’intelligence del finanziere pedofilo abbiamo già scritto in un numero di qualche settimana fa. Ma per ora possiamo sicuramente aggiungere almeno tre nuove scoperte scioccanti su Epstein: nel 2011 ha pianificato di saccheggiare i fondi libici contando sulla disponibilità di ex 007 britannici e israeliani; ha operato dietro le quinte per saldare l’alleanza strategica tra Israele e Emirati; e infine, ha cercato di insediarsi addirittura nel circuito di Vladimir Putin, offrendosi come risorsa d'intelligence o come consigliere ombra. 

Bastano questi fatti a suggerire uno scenario da spionaggio internazionale, in cui Jeffrey Epstein giocava, per conto proprio e/o di poteri più alti, un ruolo di broker occulto, un facilitatore globale, inserito in trame d’affari esteri e finanza clandestina.

Questo numero è scritto da Luigi ed editato da Sacha.

In mezzo ad ex agenti di MI6 e Mossad

Nell’estate del 2011 la Libia era nel caos: l’insurrezione contro Muammar Gheddafi infuriava e il regime vacillava. In quel vuoto di potere, Jeffrey Epstein intravide un’opportunità miliardaria. Un’e-mail inviata a Epstein nel luglio 2011, ora emersa dagli Epstein Files, delineava un piano per recuperare gli ingenti fondi statali libici congelati all’estero. All’epoca, si stimava che circa 80 miliardi di dollari libici fossero bloccati internazionalmente (di cui 32,4 miliardi solo negli USA) e che la cifra reale potesse essere tre o quattro volte maggiore. Epstein e un suo misterioso associato progettavano di identificare e recuperare il 5–10% di quei beni, ottenendo una commissione del 10–25%: in pratica, miravano a incassare potenzialmente “miliardi di dollari” da quell’operazione.

Dal documento EFTA02032723

Per mettere le mani su quei soldi “congelati”, Epstein intendeva attivare una rete di uomini di altissimo cabotaggio. Ex agenti dell’MI6 britannico e del Mossad israeliano avrebbero offerto il loro supporto per rintracciare e recuperare gli “asset rubati”. La Libia post-Gheddafi, argomentava l’autore dell’email, avrebbe dovuto spendere enormi somme per la ricostruzione e la ripresa economica una volta finita la guerra civile. “Ma il vero incentivo è se possiamo diventare i loro referenti di fiducia, perché l’anno prossimo prevedono di spendere almeno 100 miliardi di dollari per ricostruire il Paese e rimettere in moto l’economia” diceva l’email. In altre parole, oltre al guadagno immediato sulle somme dissequestrate, Epstein voleva inserirsi come facilitatore nei grandi appalti della Libia post-bellica.

Questa macchinazione finanziaria rivela le dinamiche di influenza e finanza opaca tipiche dell’entourage di Epstein: approfittare del vuoto di potere in un paese ricco di risorse e sotto sanzioni ONU, mobilitando ex uomini dei servizi segreti occidentali e mediorientali, per trarre enormi vantaggi economici e politici per sé e per il suo network.

Facilitatore nell’ombra fra Israele ed Emirati

Un’altra rivelazione inattesa riguarda il ruolo di Epstein come ponte segreto tra Israele e Emirati Arabi Uniti, molto prima che gli Accordi di Abramo rendessero pubblica questa alleanza nel 2020. Dalle corrispondenze private, portate alla luce da Drop Site, si è scoperto che Epstein, negli ultimi due decenni di vita, agì come intermediario informale tra Tel Aviv e Abu Dhabi grazie alla sua stretta amicizia con Sultan Ahmed bin Sulayem, influente presidente del colosso portuale DP World e figura vicina ai vertici politici degli Emirati.

Jeffrey Epstein e Sultan bin Sulayem

Epstein si era avvicinato all’élite di Dubai già prima della sua prima condanna del 2008 per reati sessuali. Nel 2009, appena uscito di prigione, il finanziere tornò a tessere trame globali vantandosi delle sue entrature. Raccontava di conoscere “il proprietario del porto in acque profonde di Gibuti, nel Corno d’Africa, un paradiso per i contrabbandieri”, millantando che l’amicizia era tale che “in pratica, comandava lui”. Dietro quelle vanterie c’era appunto proprio Sultan bin Sulayem, l’uomo forte dei porti di Dubai, e oggi sappiamo che Epstein non esagerava affatto: i due compaiono spesso insieme nelle foto rilasciate nei file, e in una in particolare, scattata nella residenza di Epstein, sono fianco a fianco mentre preparano un piatto in cucina, una prova evidente di un legame personale diretto. 

Epstein orchestrava incontri e relazioni ai massimi livelli. Nel giugno 2015 organizzò una riunione a San Pietroburgo tra Ehud Barak e Sultan bin Sulayem, scherzando via email sul fatto che Barak doveva un favore a Sulayem per aver pagato il conto del loro ultimo incontro. Sotto la sua regia, l’asse Tel Aviv–Dubai andò rafforzandosi: Israele ottenne sbocchi verso il Golfo in ambiti strategici, mentre gli Emirati guadagnavano accesso a tecnologie e partner israeliani d’eccellenza. Questo rapporto speciale spiega perché, appena siglati gli Accordi di Abramo, i capitali del Golfo si siano mossi in tempi rapidissimi.

La pazza voglia di diventare “risorsa” di Putin?

La terza storia che affiora dagli Epstein Files ci porta a Mosca. Jeffrey Epstein, già circondato da miliardari e potenti d’Occidente, ambiva a entrare nelle grazie di Vladimir Putin, e non si arrese davanti a ripetuti rifiuti. Nei documenti appena divulgati, il nome di Putin compare ben 1.005 volte, segno di un interesse quasi ossessivo da parte del finanziere pedofilo. Già dal 2010, a pochi anni dalla sua prima condanna, Epstein cercò canali per instaurare un contatto diretto con il leader del Cremlino

Nell’ottobre 2010 scrisse a un conoscente chiedendo se avesse avuto Putin come ospite sul suo yacht. Poco dopo, iniziò a sondare le procedure per un viaggio in Russia: “Devo ottenere un visto? Ho un amico di Putin: dovrei chiederlo a lui?”, chiese ingenuamente via email mentre preparava una richiesta di visto russo. Nel decennio successivo, Epstein provò di tutto. Si rivolse persino a figure politiche di calibro internazionale per ottenere un invito al Cremlino. Tra i contatti spicca Thorbjørn Jagland, ex primo ministro norvegese e all’epoca segretario generale del Consiglio d’Europa. Jagland ricevette diverse email insistenti da Epstein. In una del maggio 2013, di fronte all’ennesima proposta di Epstein di discutere piani d’investimento in Russia, Jagland rispose in modo pragmatico: “Devi farlo tu. Il mio compito è ottenere un incontro con lui”. E aggiunse: “Posso dirgli questo [a Putin]: so che vuoi attrarre investimenti esteri per diversificare l’economia russa [...] ho un amico che può aiutarti a prendere le misure necessarie (e poi presentarti) e chiedere se per lui è interessante incontrarti”. Insomma, l’ex premier si mostrava disposto a passare il messaggio, ma chiariva che la palla sarebbe comunque rimasta nelle mani di Putin.

Col passare degli anni, l’ex finanziere giocò anche la carta dell’informazione riservata, merce preziosa nei circoli del potere. Nel giugno 2018 Epstein scrisse a Jagland: “Mi piacerebbe molto incontrare Putin.” Non ottenendo risposta, quattro giorni dopo azzardò un’offerta intrigante: pregò Jagland di far sapere a Putin che il suo ministro degli Esteri, Sergej Lavrov, avrebbe potuto “Potrebbe ottenere insight (informazioni utili) parlando con me” . Una proposta criptica ma suggestiva: Epstein lasciava intendere di avere “insight” da offrire, informazioni d’intelligence insomma. Forse su Donald Trump, di cui era stato amico e che all’epoca era Presidente USA? O forse su qualche altro potente con cui aveva stretto rapporti e ospitato nelle sue ville? Le carte finora rese pubbliche non confermano però se Epstein sia mai davvero diventato alla fine una risorsa dei servizi segreti russi. Il primo ministro polacco Donald Tusk ha annunciato che avrebbe lanciato un’indagine per ottenere conferma di questa ipotesi, mentre il Cremlino ha già risposto che tutta questa vicenda è una perdita di tempo.

Al di là delle ipotesi, queste e tante altre storie storie evidenziano ancora una volta il profilo di Epstein come agente d’influenza, probabilmente potendo contare di avere una lunga lista di persone da ricattare su cui fare leva.

Al prossimo Debrief, 

Luigi e Sacha

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