Le sopravvissute che hanno lottato contro Epstein (e che nessuno per decenni ha ascoltato)

Perché per quasi trent’anni un gruppo di potenti ha potuto abusare minorenni anche mentre polizia, FBI e tribunali erano informati delle loro violenze.

Qualche giorno fa è stata la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. E anche per questo, in questo numero di Debrief, vogliamo raccontare le storie delle sopravvissute che per 30 anni hanno lottato contro uno dei sistemi di potere più forti degli Stati Uniti, quello rappresentato da Jeffrey Epstein.

La settimana scorsa abbiamo raccontato il “lato geopolitico” di Epstein e delle inchieste che lo descrivono come lo snodo di un sistema tra soldi, potere e apparati di intelligence stranieri. Ma per mantenere quel sistema in piedi Epstein non aveva bisogno solo dei milioni di dollari dei suoi amici miliardari, ma anche di abusare e far abusare ragazze minorenni. 

In questo numero parliamo ancora di lui, ma cambiamo completamente punto di vista: non Epstein come intermediario nei giochi di potere tra Stati, ma Epstein visto dalle sopravvissute che hanno provato a fermarlo. 

Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi.

Prima del #MeToo: Maria, Alicia e il vuoto dall’altra parte del telefono

La storia ufficiale di Epstein, quella che siamo abituati a sentire, di solito parte dal 2005, con l’inchiesta della polizia di Palm Beach. Ma le prime donne che hanno provato a fermarlo, lo hanno denunciato quasi dieci anni prima.

Nell’agosto del 1996 Maria Farmer ha 25 anni, studia arte e ha lavorato per Epstein. Racconta di essere stata aggredita da Epstein e da Ghislaine Maxwell, e di sapere che lui ha abusato anche di sua sorella, che all’epoca aveva 16 anni. Farmer fa quello che dicono sempre di fare in casi come questo: va alla polizia di New York e poi, su indicazione loro, chiama l’FBI.

Secondo il suo racconto, la telefonata con l’FBI dura pochissimo: le riattaccano in faccia a metà frase. Nessuno la richiama, nessuna indagine viene aperta dopo la sua segnalazione. La sua denuncia, la prima nota in assoluto contro Epstein, finisce lì: in un buco nero burocratico.

Un anno dopo, nel 1997, un’altra donna prova a fare la stessa cosa, sull’altra costa degli Stati Uniti. Alicia Arden è una modella. Epstein la attira in una stanza d’albergo a Santa Monica con la scusa di un provino per Victoria’s Secret. Lì, racconta, la palpeggia e la aggredisce. Lei reagisce, scappa e fa quello che in teoria dovrebbe essere la scelta ovvia: va in questura, compila un rapporto dettagliato, chiede di farlo arrestare.

Quello che succede dopo è un copione che molte donne conoscono fin troppo bene: la polizia non porterà mai il caso in procura. Anni dopo, alcuni agenti sostengono che Arden “non voleva procedere”, ma lei ribadisce che è falso, che è tornata in commissariato insistendo.

Il risultato, però, è identico a quello di Maria Farmer: da quella denuncia non nasce nessun procedimento penale. Arden oggi parla apertamente di “occasione mancata”: se l’avessero ascoltata allora, dice, “si sarebbero potute salvare tante ragazze”.

In questi stessi anni, dentro il circuito privato di Epstein, alle sopravvissute veniva ripetuto un messaggio molto semplice: “Non puoi scappare. Non puoi parlare con nessuno. Noi possediamo la polizia. Non ci succederà mai niente.”

Considerando quello che sappiamo oggi, non era solo una minaccia psicologica, ma quasi una constatazione di fatto.

Palm Beach: una 14enne denuncia e la giustizia la trasforma in “prostituta”

Per arrivare al primo vero fascicolo contro Epstein bisogna aspettare il 2005.

A Palm Beach, in Florida, i genitori di una ragazza di 14 anni vanno dalla polizia: la figlia è stata pagata per andare nella villa di Epstein a fargli un “massaggio”, e lì lui l’ha molestata. Inizia un’indagine lunga, seria, guidata dal capo della polizia Michael Reiter e dal detective Joseph Recarey.

In pochi mesi, gli investigatori raccolgono testimonianze di decine di ragazze, molte minorenni, documentano un sistema in cui adolescenti (13–16 anni) vengono reclutate da altre ragazze, portate a casa di Epstein e pagate in contanti. Capiscono che non è “un caso isolato”, ma uno schema seriale di sfruttamento sessuale.

L’indagine sembra funzionare, si stanno accertando reati gravissimi, tutto sembra andare verso un incriminazione. Poi il fascicolo passa in mano alla procura locale, guidata dal State Attorney Barry Krischer, e succede qualcosa che segnerà per sempre le sopravvissute a questi abusi.

Nel luglio 2006, il grand jury della contea incrimina Epstein per un solo reato: “sollecitazione alla prostituzione”, basandosi sulla deposizione di una sola ragazza. Tradotto: una quattordicenne che denuncia uno stupro viene trattata dalla giustizia statunitense come una prostituta minorenne, non come una vittima di abusi sessuali. Tutte le altre testimonianze raccolte dalla polizia, e il quadro di predatore seriale, spariscono dal quadro penale.

Il capo della polizia, furioso, scrive una lettera ufficiale in cui accusa la procura di aver ignorato la “totalità della condotta criminale” di Epstein. La tensione è tale che la polizia di Palm Beach fa una cosa rarissima: aggira il procuratore locale e porta il caso direttamente all’FBI.

Se è possibile influenzare o aggirare una piccola procura, con gli agenti federali su questo caso tutto dovrebbe andare diversamente. Sembra il momento in cui, finalmente, qualcuno possa fermare Epstein. Invece, è qui che la storia si incastra ancora di più.

Il “deal of a lifetime”: l’accordo segreto alle spalle delle vittime

Quando il fascicolo arriva all’FBI, parte una maxi-indagine federale, nome in codice Operation Leap Year. Gli agenti identificano almeno 34 vittime minorenni confermate.

Una procuratrice federale, Ann Marie Villafaña, prepara una bozza di accusa con 60 capi di imputazione di abusi su minori. In pratica, un impianto che potrebbe mandare Epstein in carcere per il resto della sua vita.

Ed è a questo punto che entra in scena la parte di questa storia che, anni dopo, verrà definita da una corte d’appello “oltre lo scandaloso, una disgrazia nazionale”. Epstein mette in campo un team di super-avvocati: Alan Dershowitz, l’ex special counsel Kenneth Starr e altri pesi massimi. Invece di negoziare con la procuratrice che sta seguendo il caso, vanno direttamente dal capo: il procuratore federale della Florida del Sud, Alexander Acosta.

Da quel momento in poi, succedono in parallelo due cose: alle vittime viene detto che l’indagine federale è “in corso”: di avere pazienza, di aspettare. Dietro le quinte, invece, l’ufficio di Acosta tratta con i legali di Epstein un accordo segreto.

Nel settembre 2007 viene firmata una Non-Prosecution Agreement (NPA) che, riletta oggi, sembra quasi un esercizio di fantasia legale. Epstein accetta di dichiararsi colpevole solo di due reati statali in Florida (sollecitazione e reclutamento di una minorenne per prostituzione), in cambio, il governo federale promette di non perseguire lui e tutti i suoi co-cospiratori per qualunque reato federale collegato al caso.

L’accordo viene messo sotto sigillo: le vittime non ne vengono informate, un giudice federale non lo esamina, l’FBI viene di fatto fermato. Il tutto in aperta violazione del Crime Victims’ Rights Act (CVRA), che garantisce alle vittime il diritto a essere informate e consultate su qualsiasi patteggiamento. La data dell’udienza in Florida viene fissata con così poco preavviso che nessuna vittima riesce a presentarsi in aula per opporsi.

Il 30 giugno 2008 Epstein si presenta in un tribunale della Florida, lontano dai riflettori nazionali. Nessuna delle decine di ragazze abusate siede in aula. Lui si dichiara colpevole dei due capi statali pattuiti. La sentenza è di 18 mesi in carcere di contea, un anno di arresti domiciliari e registrazione come sex offender.

Sulla carta è già una pena minima rispetto alla gravità dei reati. Nella pratica lo è ancora meno: grazie ai crediti per “buona condotta” Epstein esce di prigione dopo appena 13 mesi. E quei 13 mesi li passa in un regime che definire morbido è un eufemismo: 12 ore al giorno, 6 giorni su 7, può uscire dal carcere per andare nel suo ufficio, accompagnato da un autista privato. Il programma di “work release” usato per giustificarlo, in teoria, non dovrebbe essere concesso ai sex offender.

Quando esce definitivamente di prigione, nel 2009, Epstein è un uomo libero di continuare a volare tra Florida, New York, Caraibi e Parigi. Formalmente è un “sex offender registrato”. Ma nella sostanza  ha appena ottenuto “il deal della vita”.

Le sopravvissute che fanno causa allo Stato

La parte meno raccontata di questa storia è cosa fanno le sopravvissute agli abusi dopo quel patteggiamento.

Il 7 luglio 2008, pochi giorni dopo la condanna, una di loro (nome di fantasia Jane Doe) presenta un ricorso d’urgenza in un tribunale federale. Accusa il Dipartimento di Giustizia di aver violato il CVRA, Crime Victims' Rights Act (la Legge sui Diritti delle Vittime di Reato), firmando l’accordo senza consultare le vittime.

Nel tempo, altre ragazze si aggiungono alla causa. Il procedimento dura più di dieci anni. Dalle email interne dell’ufficio di Acosta emerge un pattern preciso: funzionari che scrivono agli avvocati di Epstein chiedendo di non informare le vittime, promemoria in cui si ragiona su come “tenere fuori” le ragazze dall’aula e aggiornamenti alle vittime presentando il procedimento come “in corso” anche se era stato già tutto concluso.

Nel febbraio 2019, il giudice Kenneth Marra dà ragione alle denuncianti su un punto fondamentale: il governo ha violato la legge sulle vittime, negoziando e nascondendo l’accordo senza coinvolgerle. È una vittoria storica sul piano simbolico.

Sul piano pratico, però, non succede quasi nulla: l’anno dopo, una corte d’appello annulla la sentenza di Marra su una questione tecnica. Di nuovo, siamo al paradosso: lo Stato ha violato la legge a danno delle vittime, ma nessuno ne paga le conseguenze.

Nel frattempo, molti procedimenti civili contro Epstein vengono chiusi con accordi riservati. . Per il sistema è un’altra forma di controllo sulle ragazze. Compra la possibilità che la loro storia non venga mai raccontata, offrendo soldi in cambio del silenzio.

Perché ci è voluta una giornalista

Per anni, dopo il 2008, l’FBI chiude il fascicolo su Epstein. Le piste su possibili crimini a New York, nel New Mexico, nei Caraibi restano nei cassetti. Le sopravvisute vanno avanti nelle loro vite convinte che non succederà mai più niente.

A riaprire la partita non è un nuovo procuratore, ma una giornalista: Julie K. Brown del Miami Herald. Nel 2018, Brown pubblica una serie di articoli intitolata Perversion of Justice. Intervista diverse sopravvissute agli abusi, molte all’epoca minorenni e ricostruisce nel dettaglio il patteggiamento segreto del 2007. Spiega, carta alla mano, come l’ufficio di Acosta abbia violato i diritti delle ragazze.

L’effetto è quello che l’FBI e il DOJ, il dipartimento di giustizia, per anni, avevano scelto di evitare: lo scandalo diventa pubblico, cresce la pressione politica sulla vicenda, al punto da arrivare fino al Congresso.

Nel luglio 2019, l’ufficio del procuratore di Manhattan incrimina Epstein per traffico sessuale di minori in Florida e New York. È, di fatto, il processo federale che avrebbe dovuto celebrarsi dieci anni prima.

Quando l’FBI perquisisce la sua casa di New York, trova migliaia di foto di ragazze nude, alcune minorenni, e documenti di viaggio e contabilità che indicano che lo schema di abusi non si è mai davvero fermato.

Epstein viene arrestato. Un mese dopo verrà trovato morto in carcere, in circostanze su cui sono stati sollevati numerosi dubbi. 

Le sopravvissute non avranno mai la possibilità di vederlo seduto sul banco degli imputati in un processo vero.

Al prossimo Debrief,
Luigi e Sacha

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