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L'albergo dei segreti e l’anima gemella di Ghislaine Maxwell
Un ex senatore russo, che si definiva il soulmate di Ghislaine Maxwell e in contatto con Jeffrey Epstein a Mosca, è stato trovato morto in un appartamento di lusso nel centro di Mosca. Poche settimane prima, il suo nome era emerso negli Epstein Files.

C'è un momento preciso in cui la storia di Umar Dzhabrailov smette di essere la storia di un oligarca ceceno-russo con un passato torbido e diventa qualcosa di più difficile da inquadrare. Ed è quando il suo nome, che in pochi conoscevano fuori dalla Russia, compare negli Epstein Files. Ma proprio mentre si iniziava a parlare di lui, il 2 marzo 2026, intorno alle tre di notte, Dzhabrailov viene trovato con una ferita da arma da fuoco alla testa nel complesso residenziale di lusso Vesper Tverskaya, in via 1° Tverskaya-Yamskaya, a Mosca.
Morirà in ospedale poco dopo, dopo oltre trenta minuti di rianimazione, dopo essere stato ricoverato inizialmente come persona non nota. Saranno le sue guardie del corpo a identificarlo in seguito. Le autorità russe archivieranno il caso come suicidio. La figlia Alvina, modella residente a Monaco, pubblicherà un video su Instagram sostenendo che il padre non si è ammazzato: "È stato messo a tacere a causa del suo coinvolgimento con Jeffrey Epstein e Trump."
Oggi torniamo su uno dei temi più longevi di questa newsletter, tutto quello che in pochissimi raccontano del caso Epstein. In fondo a questo numero troverete una selezione dei numeri precedenti dedicati a questa vicenda.
Questo numero è scritto da Sacha ed editato da Luigi
In questo numero di Debrief:
L’albergo che univa due mondi
Umar Dzhabrailov nasce il 28 giugno 1958 a Grozny, nella Repubblica Autonoma Ceceno-Inguscia sovietica. Suo padre era stato deportato in Kazakistan nel 1944 durante le deportazioni cecene staliniane, ma era poi tornato in Cecenia. Da Grozny Dzhabrailov si sposta a Mosca dove fa subito carriera, prima serve nelle Forze Missilistiche Strategiche sovietiche, poi si laurea con lode nel 1985 al MGIMO, l'Istituto Statale di Relazioni Internazionali di Mosca, la fucina dell'élite diplomatica russa. Parlava inglese, tedesco e italiano.
Nel 1992 Dzhabrailov fonda la Danako, una società per il commercio di prodotti petroliferi. Ma la svolta avviene nel 1993, quando il sindaco di Mosca prese il controllo della quota sovietica di uno degli hotel più importanti di Mosca, il Radisson Slavyanskaya e impone Umar Dzhabrailov a fare le sue veci come rappresentante. Il Radisson Slavyanskaya agli inizi degli anni Novanta era il simbolo della Mosca post-sovietica che si apriva all'Occidente. Era un albergo da 50 milioni di dollari, di proprietà della Città di Mosca, ma anche di una società dell'imprenditore americano Paul Tatum. Quando Dzhabrailov prende il controllo dell'albergo Paul Tatum inizia a essere estromesso.
Nel 1995, il businessman americano viene fisicamente espulso dall’hotel dalle guardie armate e il giorno di San Valentino di quello stesso anno, una delle guardie del corpo di Tatum fu accoltellata e ricevette un bigliettino: "Dì a Paul che è ora che torni a casa." Tatum reagì con inserzioni a pagina intera sui giornali moscoviti, definendo Dzhabrailov come un mafioso e che minacciava di poterlo uccidere in qualsiasi momento. L'FBI e l'Interpol avevano classificato Dzhabrailov come membro della criminalità organizzata cecena.
L’anno dopo, il 3 novembre 1996, alle cinque del pomeriggio, Paul Tatum fu colpito da undici proiettili di kalashnikov alla testa e al collo in un sottopassaggio pedonale vicino alla stazione della metropolitana Kievskaya, a trecento metri dall'hotel. Di solito usava un giubbotto antiproiettili, ma quel giorno non ce l’aveva. Le guardie del corpo non intervennero. L'assassino lasciò cadere l'arma e fuggì.
L'omicidio non fu mai risolto. La NSA classificò i documenti sulla morte di Tatum come "Top Secret". Dzhabrailov fu bandito dagli Stati Uniti. Dopo la morte di Tatum, lui e il governo di Mosca presero il controllo indiscusso dell'hotel, e Dzhabrailov bloccò persino la cerimonia commemorativa pianificata per la vittima.

Umar Dzhabrailov | Yuriy Samolygo / TASS
Il Radisson Slavyanskaya non era un albergo qualunque. Era stato costruito su un cantiere incompiuto dell'Intourist, che secondo storici dell'intelligence e disertori del KGB funzionava sistematicamente come copertura per i servizi segreti. Le sue strutture erano state ambienti di sorveglianza per definizione, con stanze sotto ascolto, personale che redigeva rapporti sugli ospiti stranieri e dirigenti selezionati dall'apparato. L'albergo che Tatum e Dzhabrailov si contendevano a colpi di guardie armate e inserzioni sui giornali era nato, strutturalmente, come strumento di raccolta di informazioni su chi vi soggiornava.
E chi vi soggiornava furono proprio i presidenti americani. Bill Clinton si fermò al Radisson Slavyanskaya durante almeno due vertici a Mosca, nel 1994 e nel 1995, insieme al vicepresidente Gore e al segretario di Stato Christopher. Le news room di NBC e Reuters operavano dai suoi piani. Le comunicazioni satellitari più sofisticate di Mosca passavano per i suoi server. Il 19 agosto 1991, durante il tentato golpe contro Gorbaciov, fu Tatum in persona a far arrivare a Eltsin l'unico collegamento satellitare con Washington, attraverso l'infrastruttura tecnica del Radisson. Nessun documento declassificato conferma la presenza di microfoni nascosti in quell’edificio in particolare. Ma chiunque abbia familiarità con la dottrina dei servizi russi sa che un albergo di proprietà statale al cinquanta per cento, costruito su fondamenta Intourist, frequentato da presidenti americani e direttori di testate internazionali, non veniva lasciato senza occhi e orecchie.
Nonostante quella morte sospetta, nel 2004 Dzhabrailov fu eletto senatore della Federazione Russa, rappresentante della Repubblica Cecena nel Consiglio della Federazione, e membro della delegazione russa all'Assemblea Parlamentare del Consiglio d'Europa. Nel 2000, aveva anche tentato di candidarsi alla presidenza contro Putin, ma ottenne lo 0,08% dei voti.
Le email con Maxwell e la visita di Epstein a Mosca
Negli Epstein Files il nome di Dzhabrailov compare in uno scambio di email del maggio 2001 tra Dzhabrailov e Ghislaine Maxwell: "Dear Ghislaine, I'm back from London, planing 2 B in Moscow. Really want 2 C U, but I need 2 know exactly when U arive, cause I want 2 take care of U and arrange welcoming things."
Ghislaine Maxwell risponde il giorno dopo: "Umar Sorry that we did not come last week. Got side tracked and ended up in France. However we Jeffrey Tom and I are coming next week arriving Fri. Will you be around and can we get together?"
Maxwell conferma l’intenzione di volere portare Epstein a Mosca come ospite di Dzhabrailov. Il numero di telefono di Dzhabrailov era già nella rubrica di Epstein. Nei file compare anche una fotografia di Dzhabrailov a torso nudo, che lui stesso la identificherà come scattata "intorno al 1990 durante allenamenti di karate."
Dopo la condanna di Maxwell nel 2021-2022, Dzhabrailov aveva rilasciato dichiarazioni pubbliche che, oggi, assumono un certo peso: "Conoscevo Epstein. Mi fu presentato da Ghislaine Maxwell, un'anima gemella. Ma non avrei mai potuto immaginare che fossero partner, che lei fosse coinvolta nel trovare quelle ragazze. Mi dispiace che Ghislaine, la donna più affascinante, abbia ricevuto l'ergastolo."
L’espressione "anima gemella", soulmate, non è usata a sproposito. Dzhabrailov gravitava in una rete sociale che includeva Naomi Campbell (con cui ebbe una relazione a partire dal 1995), Sean "Diddy" Combs (fotografati insieme al Festival di Cannes nel 2008), e attraverso questi ambienti si sovrapponeva alla rete di oligarchi russi in contatto con Epstein: Mikhail Prokhorov, Vladislav Doronin e Oleg Deripaska.
Una morte senza biglietto
Quello che ruota attorno alla recente morte di Dzhabrailov è molto complesso. Nel 2020 aveva già tentato di togliersi la vita e fu ricoverato all'Istituto Sklifosovskym (lo stesso ospedale dove morirà nel 2026) con ferite da coltello all'avambraccio. Nell'agosto 2017, sotto l'effetto di cocaina, aveva sparato diversi colpi al soffitto di una stanza del Four Seasons di Mosca. Era stato condannato per teppismo, multato, espulso dal partito Russia Unita, e progressivamente emarginato dalla vita pubblica.
Alla sua morte, il canale Telegram SHOT riportò che i suoi conti bancari erano stati congelati dalle autorità fiscali il 20 febbraio, circa dieci giorni prima, per un debito di 40.000 rubli, poche centinaia di dollari, mentre le sue aziende accumulavano debiti fiscali superiori a 190 milioni di rubli. Il canale Mash riferì che Dzhabrailov aveva inviato un messaggio alle guardie del corpo annunciando l'intenzione di togliersi la vita.
Eppure accanto al corpo c'era una Luger 9mm "premiata", un'arma diversa dalla pistola Yarygin, che gli era stata invece confiscata nel 2017. Il sito specializzato Caucasian Knot notò che nessun rappresentante della leadership cecena partecipò al funerale, circostanza significativa: Dzhabrailov apparteneva al clan Benoi, lo stesso di Ramzan Kadyrov, e nella tradizione cecena partecipare al funerale di un membro del proprio clan è un obbligo.
Nonostante tutto ciò le autorità russe hanno chiuso rapidamente il caso come suidcidio. I media occidentali hanno subito notato il legame con Epstein, usando spesso le virgolette attorno alla parola "suicidio". Nessuna dichiarazione ufficiale è arrivata dal Cremlino, dal Consiglio della Federazione, né da Kadyrov.
La morte di Umar Dzhabrailov si aggiunge a una lunga lista di morti legati a Epstein che, a ogni nuovo nome, diventa sempre più difficile da liquidare come una semplice coincidenza. Anche lui, come molti altri dei contatti di Jeffrey Epstein, incluso il finanziere pedofilo stesso, se ne va portandosi dietro con molti segreti. In questo caso anche e soprattutto su una delle protagoniste indiscusse di questa vicenda, quella che lui stesso definì la sua soulmate.
Al prossimo Debrief,
Luigi & Sacha
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